Accusata di vittimismo, l’assessora rivendica la scelta di trasformare il dolore in testimonianza di speranza e impegno civile.

 

Brusciano, 16 Agosto – A Brusciano il dibattito politico ha varcato una soglia che non dovrebbe mai essere oltrepassata: quella del rispetto della persona. L’assessora Monica Cito, impegnata da tempo a condividere pubblicamente il difficile percorso della sua malattia, è stata accusata da Siamo Brusciano –  una pagina politica, che ha annunciato la propria candidatura alle prossime elezioni amministrative –  di “fare la vittima” e di strumentalizzare la propria condizione per fini politici. Un’accusa che ha ferito profondamente la diretta interessata e che solleva una questione più ampia: fino a che punto la politica può spingersi, senza tradire non solo le regole del confronto democratico, ma anche i valori minimi di empatia e umanità?

Cito ha scelto di non nascondere il suo dolore, trasformandolo in testimonianza pubblica, e nelle sue parole traspare la volontà di rendere il suo vissuto un messaggio di forza e speranza. Le sue risposte all’attacco politico ricevuto non si limitano a difendere la sua scelta personale: diventano un atto di accusa contro un certo modo di intendere la politica, incapace di distinguere la dimensione umana dalla contesa amministrativa. «Condividere pubblicamente il mio percorso di malattia – dichiara l’assessore Monica Cito –  non è mai stato un atto di esibizionismo o di autocommiserazione, ma un modo per esorcizzare la paura, per sentirmi meno sola e per trasformare il dolore in qualcosa di utile anche per gli altri. Ogni giorno ricevo messaggi da persone che vivono le stesse difficoltà e che trovano forza nella mia testimonianza. Io non mi sono mai messa nei panni della vittima: le lacrime le conservo per i momenti intimi, ma in pubblico ho sempre cercato di trasmettere un messaggio di forza, di speranza e di amore per la vita. Per me, condividere significa ribadire che ogni istante va vissuto fino in fondo e che anche nella sofferenza si può cercare un senso, provando a lasciare dietro di sé non lamento o rabbia, ma amore. Per questo mi fa male, profondamente male, che qualcuno strumentalizzi questa scelta per attaccarmi sul piano politico.»

Di fronte alle critiche ricevute, qual è secondo lei il confine tra testimonianza personale e strumentalizzazione politica?

«Il confine è netto: la mia testimonianza appartiene alla mia vita, al mio modo di affrontare il dolore e alla mia sensibilità umana. È una scelta personale e legittima, che non può e non deve essere trasformata in un’arma politica. Quando qualcuno utilizza la mia malattia per colpirmi sul piano amministrativo, compie un atto di violenza ingiusta e crudele, che offende non solo me ma anche chi, come me, lotta ogni giorno con dignità contro un male difficile. Io non mi sono mai sottratta al mio ruolo di assessora: nonostante le mie condizioni di salute, sono sempre presente, lavoro quotidianamente per Brusciano e lo faccio con responsabilità e impegno. È doloroso constatare che ci sia chi confonde la testimonianza di umanità con il “fare la vittima”, perché significa non aver compreso il valore profondo di queste scelte.»

Il clima politico – «Questo episodio – prosegue –  è il segnale di un clima politico avvelenato, dove a volte si preferisce colpire sul piano personale invece di confrontarsi sui contenuti e sui problemi reali della città. È un metodo che non appartiene al mio modo di intendere la politica, perché io credo nella forza delle idee, nel confronto e nella responsabilità. Il mio impegno amministrativo è quotidiano e concreto: mi alzo ogni giorno con l’obiettivo di fare qualcosa di utile per Brusciano, e sfido chiunque a dimostrare il contrario. Chi sceglie la strada dell’attacco personale, soprattutto su temi così delicati come la malattia, dimostra soltanto la propria povertà politica. Io vado avanti a testa alta, con la forza della verità e dell’onestà, e continuerò a lavorare per la mia comunità. Questo è il mio unico interesse».

Infine, l’amara conclusione dell’assessora Cito: «Mi chiedo con preoccupazione che razza di gente è quella che, nascondendosi dietro una pagina anonima senza il coraggio di palesarsi, e usando violenza e cattiveria gratuita, pensa di fare politica e di candidarsi ad amministrare la città? Mancano di empatia e umanità.»

Il caso di Brusciano non è un episodio isolato: è il sintomo di un male più profondo che attraversa la politica contemporanea, sempre più segnata dalla ricerca del colpo basso, dell’attacco personale, dell’offesa come arma di delegittimazione. Ma quando a essere colpita è la malattia di una persona, il dibattito non scivola solo sul terreno dell’inciviltà: tocca una soglia che non dovrebbe mai essere varcata, perché mette in gioco il rispetto della dignità umana.

C’è una linea che divide la critica politica legittima dall’aggressione gratuita. Una linea che dovrebbe essere inviolabile, perché riguarda il valore stesso della comunità e delle relazioni civili. Attaccare una persona sul terreno della sua sofferenza non significa solo mancare di rispetto all’individuo: significa impoverire la politica, renderla cieca, svuotarla di etica e di umanità.

In un tempo in cui il dibattito pubblico sembra sempre più polarizzato e inquinato dall’odio, la testimonianza di Monica Cito assume un valore politico nel senso più alto del termine: ricorda che la fragilità, quando è condivisa con sincerità, diventa forza collettiva. È un invito a ricollocare la politica nella sua vera missione, che non è la conquista del potere, ma la cura della comunità. Se la politica non recupera empatia, ascolto e rispetto, rischia di trasformarsi in un’arena sterile in cui contano solo gli attacchi e non le idee, solo la sopraffazione e non la responsabilità. E a pagarne il prezzo non è solo chi subisce l’offesa, ma l’intera cittadinanza, privata di un confronto vero, di un dibattito utile, di un futuro migliore.

La vicenda di Brusciano, con il dolore reso parola e la malattia trasformata in testimonianza, interroga tutti: cittadini, politici, istituzioni. Perché la misura del valore di una comunità non sta nella durezza delle sue polemiche, ma nella capacità di riconoscere e rispettare la fragilità dell’altro. E questa misura, prima ancora che politica, è profondamente umana. In questa vicenda, le parole di Monica Cito restano come un monito: non si tratta di vittimismo, ma di verità, di coraggio e di una scelta di condivisione che, volente o nolente, interpella tutti.

 

 

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Raffaele Ariola
“Giornalista pubblicista con una grande passione per lo sport, in particolare per il calcio, da sempre definito lo sport più bello del mondo. Scelgo, ogni volta che scrivo, di essere al servizio della notizia e del lettore, raccontando i fatti con chiarezza ed essenzialità. Credo fermamente che l’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede”.