Caldo e afa persistenti riaprono il dibattito sul rientro tra i banchi. Una docente del “Vico-De Vivo” si rivolge alle istituzioni. E i dati nazionali mostrano un patrimonio scolastico ancora poco attrezzato per affrontare temperature sempre più elevate

Agropoli, 31 Agosto –  Non è più soltanto una questione di sopportare qualche giornata particolarmente calda prima dell’arrivo dell’autunno. Temperature elevate, afa persistente e notti che faticano a concedere tregua stanno trasformando anche il rientro a scuola in uno dei nuovi terreni di confronto sull’adattamento ai cambiamenti climatici.

Dal Salernitano parte ora una richiesta precisa: posticipare l’inizio delle lezioni quando il caldo e l’umidità raggiungono livelli tali da rendere particolarmente difficile la permanenza nelle aule.

A promuovere l’iniziativa è Maria Cuono, docente dell’Istituto di istruzione superiore “Vico-De Vivo” di Agropoli, che ha presentato un’istanza alle istituzioni nazionali e locali e promosso una petizione sulla piattaforma Change.org. La richiesta è stata portata anche all’attenzione della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

L’obiettivo è chiedere il differimento dell’avvio delle lezioni qualora le condizioni climatiche non consentano, secondo i promotori, di garantire adeguati livelli di benessere e sicurezza a studenti, docenti e personale scolastico.

Alla base della mobilitazione c’è la combinazione tra temperature anomale, elevati tassi di umidità e una caratteristica comune a molti edifici scolastici italiani: l’assenza di sistemi adeguati per raffrescare e ventilare gli ambienti.

«Il persistere di questo caldo mette a repentaglio il benessere psicofisico di tutta la comunità scolastica», sostiene la professoressa Cuono, che sollecita un intervento delle autorità e, sul piano locale, del sindaco di Agropoli affinché vengano valutati i provvedimenti di competenza in presenza di condizioni termoigrometriche considerate critiche.

Nei documenti predisposti a sostegno dell’iniziativa viene richiamato anche il decreto legislativo 81 del 2008 in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro.

Sul piano normativo, il tema richiede tuttavia una distinzione. Il decreto prevede che anche le condizioni microclimatiche vengano considerate nella valutazione dei rischi e contiene indicazioni generali sull’adeguatezza di temperatura, umidità e aerazione. Non stabilisce però una soglia numerica unica di temperatura oltre la quale un ambiente di lavoro possa essere automaticamente considerato non conforme. L’Inail ricorda che temperatura, umidità relativa, irraggiamento e movimento dell’aria concorrono insieme a determinare il comfort termico e l’eventuale situazione di disagio.

La protesta partita da Agropoli intercetta però una questione che supera i confini del Cilento. Il progressivo aumento delle temperature non è più soltanto una percezione legata alle estati più difficili. Secondo ISPRA e il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, nel 2025 la temperatura media in Italia è risultata superiore di 1,03 gradi rispetto alla media climatologica 1991-2020. Quasi tutti i mesi dell’anno sono stati più caldi del normale e l’estate, con un’anomalia di +1,46 gradi, si è collocata al quarto posto tra le più calde registrate dal 1961. Già il 2024 era risultato l’anno più caldo della serie nazionale iniziata nel 1961.

Numeri che aiutano a comprendere perché il problema non possa essere affrontato esclusivamente come un’emergenza occasionale di settembre. Se le fasi di caldo intenso diventano più frequenti e prolungate, anche edifici progettati e organizzati secondo condizioni climatiche del passato rischiano di mostrare tutti i propri limiti.

Ed è qui che la questione climatica incontra quella, altrettanto complessa, dell’edilizia scolastica.

Il quadro nazionale mostra infatti quanto il patrimonio scolastico sia ancora lontano da una piena capacità di adattamento alle temperature estreme.

Il XXV rapporto Ecosistema Scuola 2025 di Legambiente, richiamando i dati dell’Anagrafe nazionale dell’edilizia scolastica, segnala che soltanto il 7,2% degli edifici scolastici italiani dispone di impianti di condizionamento e ventilazione adeguati. La percentuale scende al 5,4% nel Sud.

Il problema non riguarda soltanto la presenza di un condizionatore. Conta la qualità complessiva dell’edificio: isolamento delle pareti e delle coperture, esposizione al sole, infissi, schermature, ventilazione, presenza di alberature e aree verdi, capacità di disperdere il calore accumulato durante il giorno.

Anche sotto il profilo energetico la fotografia resta fragile. Tra gli edifici scolastici dotati di certificazione energetica esaminati dal rapporto, il 66,6% si colloca nelle tre classi meno efficienti, E, F e G, mentre soltanto il 6,5% raggiunge la classe A. Gli interventi di efficientamento energetico hanno interessato il 16% degli edifici considerati dall’indagine.

Sono dati che trasformano il caldo nelle aule da semplice disagio stagionale a problema strutturale. Una scuola poco isolata termicamente, con ampie superfici esposte al sole, scarsa ventilazione e nessun sistema di raffrescamento può infatti accumulare calore per ore. E quando all’alta temperatura si aggiunge un elevato tasso di umidità, la percezione del disagio può aumentare ulteriormente.

È proprio qui che la petizione di Agropoli apre una domanda più ampia. Posticipare di alcuni giorni il rientro in classe può rappresentare una misura emergenziale nelle situazioni più critiche. Ma modificare il calendario scolastico non può essere l’unica risposta a un fenomeno destinato a ripresentarsi.

La vera sfida riguarda l’adattamento degli edifici. Riqualificazione energetica, coibentazione, tetti e superfici capaci di limitare l’accumulo di calore, schermature solari, ventilazione efficace, sistemi di raffrescamento efficienti, alberature e maggiore presenza di verde negli spazi esterni sono interventi che assumono un peso crescente nella progettazione delle scuole del futuro.

Non si tratta necessariamente di trasformare ogni istituto in un edificio dipendente dall’aria condizionata. L’obiettivo è intervenire sull’intero involucro edilizio e sul contesto circostante, riducendo il surriscaldamento e il consumo energetico e garantendo condizioni migliori anche nei periodi più caldi.

Il tema riguarda inoltre la stessa organizzazione dell’anno scolastico. Se settembre continuerà a presentare con maggiore frequenza caratteristiche tipicamente estive, il confronto non potrà più limitarsi alla data della prima campanella: sarà necessario interrogarsi sulle condizioni nelle quali studenti e personale sono chiamati a trascorrere molte ore della giornata.

L’iniziativa partita da Agropoli pone dunque una questione che va oltre la richiesta avanzata dalla docente. Il cambiamento climatico sta modificando le condizioni nelle quali vengono utilizzate strutture pubbliche costruite, in molti casi, quando il problema del caldo estremo aveva dimensioni diverse da quelle attuali. La scuola è uno dei luoghi nei quali questa distanza tra passato e presente emerge con maggiore evidenza, perché accoglie quotidianamente bambini, adolescenti e migliaia di lavoratori.

Decidere se rinviare o meno l’apertura degli istituti resta competenza delle autorità chiamate a valutare le singole situazioni. Ma il nodo sollevato dalla petizione è destinato a restare anche dopo la fine dell’estate. Perché la domanda, ormai, non riguarda soltanto quando far tornare gli studenti tra i banchi, ma soprattutto se gli edifici nei quali tornano siano davvero pronti per il clima che li attende.

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Raffaele Ariola
“Giornalista pubblicista con una grande passione per lo sport, in particolare per il calcio, da sempre definito lo sport più bello del mondo. Scelgo, ogni volta che scrivo, di essere al servizio della notizia e del lettore, raccontando i fatti con chiarezza ed essenzialità. Credo fermamente che l’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede”.