Cultura

Ambiente dell’Etna e della sua attività passata, attuale e futura

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Napoli, 26 Febbraio – Prevedere l’attività di un vulcano non è ancora possibile, ma più di qualcosa si può dire e fare senza più ricorrere al mito e alla magia del passato non molto remoto. Entrare nel monte Etna, alto 3324 metri, come di qualunque altro vulcano terrestre, significa anche restare solo in alcuni dettagli dei saperi geologici e vulcanologici per non appesantirne la lettura. Per non scrivere solo cose e dichiarazioni del passato, ma attuali, si fa anche leva sulla moderna tecnologia digitale per dettagli e foto che meglio possono avvicinarci al vero. Quando studiavo Vulcanologia all’Università “Federico II” di Napoli, i vulcani mi interessavano tra i fenomeni naturali anche perché si integravano i saperi di geologia, fisica, chimica e geografia fisica, storica, economica, ecc.. Secondo una recente stima (Tilling et al., 2006) più di mezzo miliardo di persone sarebbero soggette a rischio vulcanico sul pianeta Terra. Fra gli obiettivi primari della moderna vulcanologia vi è la valutazione della pericolosità di un vulcano, la previsione temporale delle eruzioni e la zonazione del territorio in funzione del pericolo. La previsione delle eruzioni vulcanica può essere eseguita sia a lungo termine sia a breve termine: la prima consiste nell’ipotizzare le possibili fenomenologie eruttive future e i loro potenziali effetti sull’uomo e sull’ambiente, mentre la seconda previsione consiste nel prevedere l’accadimento di un’eruzione. Le colate di lava, come per l’Etna, possono spingersi a quote molto basse ed arrecare danni materiali ad opere ed infrastrutture, ma difficilmente diventano luttuose dato che la modesta velocità d’avanzamento e la scarsa estensione dei fronti attivi consentono di allontanarsi dalle località minacciate (Cristofolini, 2008), al contrario le eruzioni di tipo esplosivo possono essere molto pericolose. Il tipo esplosivo è tanto più elevato quanto più la lava è acida come per il Vesuvio tanto per restare in area “domestica” parafrasando gli inglesi. Tuttavia la distruzione di quanto la lava incontra lungo il suo percorso è sostanzialmente totale perché, nel caso dell’Etna può superare anche i 1000 gradi Centigradi. Per il Vesuvio in modo speciale si sprecano le valutazioni della pericolosità e la zonazione del territorio in funzione dei pericoli attesi. Essi sono il presupposto fondamentale per una programmazione corretta dello sviluppo del territorio e per l’elaborazione di azioni tendenti alla mitigazione del rischio. Ma per il Vesuvio probabilmente i feudi elettorali non consentono al suddito di essi di diventare cittadino e sperare un fattivo piano di prevenzione del rischio esplosivo, valutato in poche decine di anni come catastrofico. Almeno si potrebbe abituare la marea umana sulle falde vesuviane ad evacuazioni provvisorie nei posti già programmati. A Pollena Trocchia, ad esempio, un mio affine di IV grado vi abita in alto in una casa recente che si è progettato essendo un Architetto. Una volta vi ho dormito come ospite desiderato, ma ho avvertivo tutta la pericolosità del luogo, con vista dell’Osservatorio Vesuviano, dovuta alle informazioni possedute. Beata ingenuità diffusa e non solo negli sprovveduti come li appellava Eduardo De Filippo! Per l’Etna, invece, l’obiettivo scientifico generale è la creazione di un sistema integrato di simulazione dei campi lavici, applicato all’area. Ciò premesso desidero comunicare che la mia tesi in vulcanologia con il prof. Lorenzo Casertano, non fu relativa all’Etna, al Vesuvio o altri vulcani attivi italiani, ma al  Krakatoa tramite la sua attività passata, recente e futura. Il vulcano indonesiano me lo consigliò il relatore stesso perché non esisteva alcuno scritto in merito tranne un romanzo con protagonista un carcerato, che grazie all’eruzione di quel vulcano si era salvato. Il Krakatoa, nell’agosto del 1883, causò una delle maggiori eruzioni vulcaniche avvenute in tempi storici: sviluppò una potenza di 200 megatoni, espellendo circa 21 chilometri cubi di roccia, cenere e pietra pomice fino a 11 km d’altezza, generando un boato tra i più forti mai registrati dall’essere umano. L’esplosione fu udita fino all’Australia  e anche più lontano e il riverbero delle onde atmosferiche fu avvertito in tutto il mondo. Numerosissimi villaggi furono devastati, circa 36.000 persone morirono e molte migliaia furono ferite dall’eruzione, gran parte per il maremoto che seguì la tremenda esplosione. L’eruzione del 1883 distrusse i due terzi del territorio che allora era l’isola olandese di Krakatoa.

Il giorno della discussione della mia tesi di laurea feci un po’ sorridere non il mio relatore, ma gli altri presenti alla discussione della tesi per la laurea in Scienze Naturali, discipline poi insegnate per 4 decenni in Italia e all’ estero. Avevo studiato su riviste inglesi gli inneschi di maree terrestri con le attività vulcaniche globali. Ero andato a Roma all’Amasciata dell’Indonesia per reperire materiale utile, ma non ne trovai. Per il Krakatoa feci una previsione seppure anticipata di circa un lustro. Avevo previsto l’attività di Anak Krakatau (figlio di Krakatoa). La lava scorre dal vulcano figlio di Krakatoa durante un’eruzione vista dall’isola di Rakata a South Lampung il 19 luglio 2018. Avevo scelto la tesi in vulcanologia perché allora come ora considero i fenomeni naturali vulcanici più appassionanti per capire sia come muta parte del pianeta che la spettacolarità del territorio dei vulcani acidi (dell’anello circumpacifico e della fascia trasasiatica mediterranea) che dei vulcani basici più lontani (isole Hawaii o lineari come in Islanda o nelle spaccature medi oceaniche). Per le previsioni vulcaniche possibili, in realtà avevo esaminato, nella letteratura inglese soprattutto, gli studi delle maree terrestri e gli inneschi possibili con le attività vulcaniche. Per i profani di vulcanologia, come potrebbe essere qualcuno dei  lettori, dico che oltre alle maree relative all’acqua, vi sono anche quelle relative all’aria e al suolo. Tralasciamo le prime due per il momento. Il suolo per mezzo della marea terrestre, come l’allineamento di più corpi celesti, si alza e può favorire eruzioni anche catastrofiche. Esso si alza poco se la geologia del luogo è stabile come in Sardegna, Aspromonte e in modo diverso la pianura padano-veneta per il materasso alluvionale elastico. Si alza di più, invece, se la geologia è recente come intorno ai Campi Flegrei, il Vesuvio, le isole Hawaii, ecc. e dunque anche vicino all’Etna.

Il Monte Etna è il più alto vulcano attivo dell’Europa continentale. Ha una storia eruttiva che va avanti da oltre mezzo milione di anni, ma solo negli ultimi centomila anni ha assunto la forma conica che oggi lo caratterizza. Il magma risale in superficie attraverso un condotto centrale aperto che libera continuamente le fasi gassose, generando il caratteristico pennacchio osservabile sulla cima del vulcano. Il vulcano attivo Etna esteso su di una superficie di 1250kmq, è un tipo detto a stratovulcano complesso con tipi di eruzione effusive, stromboliane. Adesso assistendo, sia pure da 1000 km e passa di distanza, alle numerose (5 getti in una sola settimana) colate laviche dell’Etna mi sorprendo e scrivo. Cosa scrivo: riporto che mi sorprende vedere i getti di lava alti fino ad un km di altezza con una colonna di fumo che si è alzata in cielo per diversi chilometri. La frase ricorrente trai vulcanologi, quando si parla dell’Etna, è “tutto è possibile”. La ripete anche Boris Behncke, vulcanologo e da 25 anni ricercatore dell’Istituto nazionale di vulcanologia e geofisica. Da una settimana tiene sott’occhio le fontane di lava che hanno regalato uno spettacolo visibile anche dalle isole Eolie. L’attività eruttiva dell’Etna si era verificata anche a inizio dicembre e nei mesi precedenti. Personale Ingv-Oe segnala la ricaduta sul terreno di materiale piroclastico grossolano sui fianchi del cono del Nuovo cratere di Sud-Est. Questa attività esplosiva si caratterizza per la persistenza e per la fluttuazione in intensità ed è accoppiata a modeste emissioni di cenere. Dal punto di vista sismico l’ampiezza del tremore mostra variazioni nella fascia dei valori medi e, talvolta, in quella dei valori alti.

La localizzazione della sorgente del tremore risulta confinata nell’area del Nuovo Cratere di Sud-Est, ad una quota di 2.900-3.000 m sopra il livello del mare. Dal punto di vista infrasonico non si segnala attività di rilievo. Ha trascorso una notta tranquilla l’Etna dopo la nuova fase parossistica del vulcano, la sesta in otto giorni, con una fontana di lava alta oltre 500 metri che emergeva dal cratere di Sud-Est con una colonna eruttiva di cenere lavica e lapilli che si espandeva in verticale per diversi chilometri. Secondo le ultime osservazioni dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia-Osservatorio etneo di Catania, nella zona sommitali sono ancora presenti colate laviche nel settore di Sud Ovest e nell’area orientale. L’ampiezza media del tremore vulcanico è su livelli medi. La sorgente del tremore è localizzata nell’area del cratere di Sud-Est ad una profondità di circa 2.900 metri sul livello del mare. Lo stesso si registra per l’attività infrasonica ha subito una brusca diminuzione sia nel tasso di accadimento che nell’energia degli eventi. Per capire la dinamica della Litosfera (pellicola solida di 33 km medi di diametro che riveste il globo terracquo) è necessario studiare un po’ l’evoluzione storica che porta dall’ipotesi della Deriva dei Continenti di Wegener della prima metà del seclo scorso alla soperta delle spaccature medi oceaniche alcuni decenni dopo e alle conseguenti teorie sperimentali dell’orogenesi moderna.

La zona intorno al non piccolo monte Etna è quindi una parte pericolosa del mondo con un alto potenzialità di eventi come colate laviche, esplosioni, terremoti e persino tsunami. Nonostante i pericoli di ciò questo territorio siciliano è stata abitata da non poche migliaia di anni e attualmente circa un milione di persone vivono intorno al vulcano più alto d’Europa. L’Etna è un luogo dove possiamo vedere gli elementi naturali agire in modo potente, veloce, irresistibile ed affascinante per gli studiosi, pauroso se non addirittura generatore di panico per altri. Le eruzioni laterali ed eccentriche hanno formato varie centinaia di coni piroclastici avventizi, per lo più concentrati in tre principali settori conosciuti come “rift vulcanici” (Rift di Sud, il Rift di Ovest ed il Rift di Nord-Est). I coni avventizi che si accrescono l’uno accanto all’altro lungo la medesima fessura eruttiva formano le cosiddette “bottoniere”. Le loro dimensioni, estremamente variabili, possono raggiungere volumi considerevoli (fino a quasi 100 milioni di metri cubi).

Dalle bocche eruttive hanno origine flussi lavici con temperature pari a circa 1.150-1.050 C°, generalmente molto fluidi, che possono spingersi a vari chilometri di distanza in relazione al tasso di effusione, all’inclinazione del pendio sul quale scorrono ed alle caratteristiche chimico-fisiche del magma. Le eruzioni laterali ed eccentriche sono le più pericolose per le popolazioni etnee, poiché tendono a ricoprire e distruggere le numerose città che sorgono sulle pendici del vulcano, abitate complessivamente da quasi un milione di persone. Il fianco orientale dell’Etna è continuamente deformato e traslato verso Est e Sud-Est attraverso lenti movimenti del suolo, con tassi di deformazione medi a volte superiori a 2-4 cm/anno. I settori instabili sono delimitati, in superficie, da faglie attive che attraversano zone densamente urbanizzate. L’attività eruttiva attuale può essere classificata in tre differenti categorie: attività persistente con degassamento continuo dai Crateri Sommitali, che può evolvere anche in attività stromboliana di bassa energia; eruzioni terminali e subterminali: eruzioni laviche e/o fontane di lava che avvengono dai Crateri Sommitali presenti sulla cima del vulcano (terminali) o dalle loro immediate prossimità (subterminali); eruzioni laterali ed eccentriche: avvengono da bocche eruttive che si aprono lungo le pendici del vulcano, alimentate da magma che risale lungo il condotto centrale (eruzioni laterali), o attraverso condotti indipendenti da quello centrale (eruzioni eccentriche). Il vulcano Etna, alto il triplo del vulcano Vesuvio, è ubicato al crocevia di importanti linee di faglia ed all’interno di un contesto geodinamico complesso caratterizzato dalla presenza di due placche tettoniche convergenti. A nord si trova la placca europea, rappresentata dai monti Nebrodi e Peloritani, e al Sud c’è la placca africana rappresentata dal plateau ibleo. A partire da circa 50 milioni di anni fa le due placche hanno iniziato ad avvicinarsi progressivamente sino ad arrivare alla collisione ed infine alla subduzione della placca africana al di sotto di quella europea. L’Etna è un rilievo isolato, delimitato a Nord dalla valle del Fiume Alcantara che lo separa dal massiccio granitico dei Monti Peloritani, ad Est dalla costa ionica, a Sud dalla Piana di Catania, che separa il vulcano dai Monti Iblei, e ad Ovest dal Fiume Simeto. Il Mongibello recente presenta condotti craterici aperti, attualmente è costituito da 4 crateri sommitali attivi: la Voragine e la Bocca Nuova, che si sono formate all’interno del Cratere Centrale rispettivamente nel 1945 e 1968, il cratere di Nord-Est formatosi nel 1911, e il cratere di Sud-Est del 1971. Presenta un’attività persistente con emissione di vapori, lancio di scorie e ceneri, e attività stromboliana talvolta evolvente verso manifestazioni parossistiche (come quelle occorse il 12 settembre 1979, il 24 settembre del 1986, il 17 aprile del 1987, il 23 dicembre 1995, il 22 luglio del 1998, il 4 febbraio 1999 e il 4 settembre 1999). Sul versante orientale dell’edificio vulcanico s’imposta la depressione della Valle del Bove, lunga 8 km e larga 5,5 km, delimitata a sud dalla Serra del Salifizio e a nord dalla Serra delle Concazze. Il fondo di tale depressione vulcano-tettonica è ricoperto dalle colate di lava recenti, emesse sia dal Cratere Centrale sia da bocche eruttive apertesi lungo i fianchi o all’interno della depressione stessa. Secondo studi recenti (Rittman, 1973, Guest et al., 1989; Neri et al., 1991; Cristofolini, 2008) la Valle del Bove trarrebbe origine da una molteplicità di cause, tra cui la formazione di diverse caldere di collasso, generate da fenomeni di sprofondamento di antichi edifici vulcanici in seguito a violenti episodi esplosivi. Alcuni autori ipotizzano lo scollamento della copertura vulcanica nel settore orientale dell’apparato, che “scivolerebbe” sul substrato sedimentario verso Sud-Est contribuendo ad innescare fenomeni di collasso superficiale (Rust D. & Neri M, 1996; Neri et al., 1995). L’origine di  questa valle resta comunque un argomento ampiamente discusso e ancora oggi gli studiosi non sono tutti concordi circa la sua formazione anche se il dubbio nella ricerca scientifica è di casa!

Non è facile definire una metodologia per la creazione di mappe di rischio tramite l’utilizzo di un modello ad automi cellulari: applicazione ai flussi lavici del Monte Etna. Questo movimento, che continua a una velocità di solo pochi cm all’anno, nel tempo geologico ha progressivamente ridotto le dimensioni del Mediterraneo da un oceano aperto a un mare chiuso, ha formato i rilievi delle Alpi e degli Appennini e rappresenta il motore del vulcanismo e della sismicità del bacino del Mediterraneo e non solo. Dall’osservazione dei parametri relativi alle deformazioni del suolo non si rilevano variazioni significative. Come per i sismi anche per i vulcani non è ancora possibile prevederne bene l’attività, ma non pochi strali ed indicatori fisici e chimici soprattutto permettono di stare più o meno attenti o in campana, come si dice a Roma. Anche una corretta valutazione dell’attività storica del vulcano e della geologia del luogo sono utili e necessarie previsioni. L’Etna è tornato dunque, come spesso fa, a dare spettacolo due notti appena trascorse: protagonista, ancora una volta, il cratere di sud-est che nella tarda serata di ieri l’altro ha iniziato una attività stromboliana che si è intensificata con il passare delle ore fino a giungere ai primi getti di lava un’ora prima della fine del giorno, le 23.

Nel corso di questa attività, costantemente monitorata dall’osservatorio etneo dell’istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, ha avuto inizio un secondo trabocco lavico dalla bocca della sella che ha alimentato un flusso diretto verso sud-ovest. Il fenomeno ha avuto una diminuzione dopo la mezzanotte ma i due flussi lavici, che si sono sovrapposti alle colate dei giorni precedenti, hanno continuato il loro percorso. Attorno alle 5 del mattino, inoltre, un nuovo incremento dell’attività stromboliana del vulcano, accompagnata dall’emissione di cenere dal cratere di sud-est. Nel corso di questo evento si sono formate due piccole colate laviche: la prima in direzione della desertica valle del bove, l’altra in direzione sud-ovest. Per quanto riguarda l’ampiezza del tremore vulcanico, dopo avere raggiunto valori medi, ha mostrato un evidente incremento spostandosi nella fascia dei valori alti. “La localizzazione della sorgente – spiegano dall’ingv – permane al di sotto del cratere di sud-est ad una quota di circa 2.800 metri di quota”. Un notevole incremento dell’attività stromboliana con emissione di cenere lavica dell’Etna è in corso dal cono della sella del cratere di Sud-Est.  Il ‘pennacchio scuro’ generato, sottolinea l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia Osservatorio etneo (Ingv-Oe), è “disperso dal vento in direzione sud-sud est e con leggera ricaduta di cenere nell’area di Pedara, Trecastagni e Viagrande”. L’attività eruttiva al momento non ha un impatto negativo con l’operatività dell’aeroporto internazionale di Catania anche se assuefarsi al vulcano che si agita non è sempre un adattamento consigliabile. Il vulcano Etna è situato sul lato orientale dell’isola di Sicilia. La sua altezza, oltre 3300 metri di quota, lo rende il più alto vulcano dell’Europa continentale, la montagna più alta del bacino del Mediterraneo e anche la più elevata vetta italiana a sud della catena montuosa delle Alpi. Questo vulcano si estende su una superficie di circa 1600 km2, ha un diametro nord-sud di circa 35 km, un perimetro di circa 200 km, un volume di circa 500 km3 . E’delimitato a nord dai monti Nebrodi e Peloritani, al Sud dall’altopiano Ibleo, ad est dal mar Ionio, E’ circondato da due corsi d’acqua, l’Alcantara sul suo lato settentrionale e dal Simeto sul suo lato occidentale e meridionale. Il contesto geografico nel quale si trova l’Etna, la Sicilia orientale offre anche una grande varietà dal punto  di vista geologico. All’interno di una distanza di soli 200 km, attraversando i territori delle province di Messina, Catania e Siracusa, ci sono due diverse placche tettoniche convergenti, le tre tipologie di rocce esistenti (metamorfiche, ignee e sedimentarie), varie faglie regionali, L’Etna, i vulcani attivi dell’arcipelago delle isole Eolie e gli affioramenti di un antico vulcanismo nell’altopiano calcareo dei monti Iblei.

Al di sotto dell’Etna si trova uno spesso substrato sedimentario che raggiunge la quota massima di 1000 metri sul livello del mare e quindi lo spessore delle rocce vulcaniche accumulati in mezzo milione di anni è di circa 2000 m. Le rocce sedimentarie che vi sono alla base di questo vulcano sono sequenze torbiditiche argillose dal Miocene nei lati nord e ovest, mentre nella parte meridionale e orientale ci sono prevalentemente dei sedimenti marini argillosi del Pleistocene. Questa zona, al contrario che nel resto della Sicilia, è ricca di acqua a causa del setting idrogeologico di questo vulcano. Infatti il grande spessore delle rocce laviche altamente permeabili si trova al di sopra del basamento sedimentario impermeabile. Possiamo dunque pensare l’Etna come un enorme spugna che assorbe l’umidità delle alte quote, le precipitazioni e l’acqua che viene dallo scioglimento della nevi. L’acqua si accumula all’interno del vulcano per formare a quote più basse delle sorgenti vicino alla zona di contatto tra le rocce impermeabili e  quelle permeabili. Nella serata del 22 c.m. è avvenuto il quinto spettacolare episodio eruttivo parossistico sempre al Cratere di Sud-Est dell’Etna, conclusosi nelle prime ore del giorno successivo. Mancavano pochi minuti alle 22:00 di lunedì, quando la Sala Operativa dell’Osservatorio Etneo dell’INGV comunicava l’inizio di una debole attività al Cratere di Sud-Est, con il consueto graduale incremento del tremore vulcanico. Dopo solo mezz’ora l’attività si è intensificata e le esplosioni sono diventate più frequenti con il lancio di lapilli e bombe ben oltre l’orlo craterico e, contestualmente, con l’intensificarsi del tremore. Già verso le 23, i getti di lava raggiungevano l’altezza di 300 m al di sopra del bordo del cratere, accompagnati dal tremore che aveva raggiunto ormai un livello alto. Dopo mezz’ora una seconda bocca, sempre all’interno del Cratere di Sud-Est, produceva una fontana di lava. Al contempo, un nuovo trabocco lavico si dirigeva verso la Valle del Bove. Dopo la mezzanotte del giorno 23 c. m., l’attività esplosiva si è progressivamente intensificata coinvolgendo diverse bocche del Cratere di Sud-Est. Ma cosa intendiamo per attività stromboliana dell’Etna? La vicina e più a nord isola di Stromboli, estesa 12,2kmq nell’arcipelago delle Eolie, è ancora un vulcano attivo come l’Etna, solo che è più piccolo. Il 3 luglio 2019 durante una fase esplosiva particolarmente violenta e improvvisa il vulcano Stromboli ha causato una pioggia di lapilli e bombe vulcaniche, con emissione di gas e ceneri, anche a grande distanza, e l’innesco di numerosi incendi. Purtroppo c’è stata una vittima. Lo Stromboli ha un comportamento peculiare, che dà il nome a una categoria di attività vulcanica detta appunto stromboliana, caratterizzata in media da una bassa intensità e una lunga persistenza, con fasi esplosive che avvengono a intervalli abbastanza regolari. L’ultima grossa crisi è stata nel 2002, quando un collasso lungo la Sciara del Fuoco, il ripido pendio di lava, lapilli e scorie sul fianco settentrionale dell’isola, produsse anche un piccolo tsunami; ma ci sono state eruzioni nel 2007 e nel 2014, che per fortuna non hanno causato vittime o danni. Questo comportamento del vulcano è determinato dalle condizioni in cui si trovano la camera magmatica, il serbatoio di roccia fusa in profondità, relativamente piccola e in movimento convettivo, e il condotto vulcanico, che porta il magma in superficie e rimane sostanzialmente aperto permettendo un’attività di risalita continua del magma. È un meccanismo che persiste pressoché invariato da secoli e millenni, e fin dall’antichità Stromboli è conosciuto come il “faro del Mediterraneo” per il bagliore delle sue esplosioni visibili da grande distanza in mezzo al mare. Le fasi esplosive, come quella recente, si sviluppano da varie bocche eruttive situate all’interno dell’area craterica sommitale, la cui morfologia cambia frequentemente per collassi ed esplosioni più violente che possono produrre grandi voragini. Purtroppo, nonostante il vulcano sia monitorato costantemente con le migliori tecnologie disponibili, non siamo in grado di prevedere con sufficiente anticipo le fasi esplosive, né in termini di tempo, né di intensità.  Alcuni calcolati rischi si possono correre quando si decide di esplorare territori con elementi geologici potenzialmente pericolosi. Esistono eventi naturali di una tale potenza che l’unica possibilità di salvezza è legata al fatto di essere altrove e sufficientemente lontani. L’attività eruttiva stromboliana può essere molto duratura in quanto il sistema di condotto non è fortemente influenzato dall’attività eruttiva, per questo il sistema può ripetersi ad intervalli di tempo brevi. Ad esempio, il vulcano Paracutin  eruttò continuamente tra il 1943 e il 1952, il monte Erebus, in Antartide, ha prodotto eruzioni stromboliane almeno per molti decenni come lo Strumboli che produsse eruzioni stromboliane per diverse migliaia di anni. Lo Stromboli è un vulcano a “condotto aperto” dove il magma è sempre presente a livelli superficiali. L’attività più usuale del vulcano, talmente tipica da meritare il nome di “stromboliana” nella letteratura internazionale, consiste in una continua emissione di gas e in frequenti esplosioni che lanciano nell’atmosfera getti di gas caldi, brandelli di lava incandescente e blocchi solidi strappati dalle pareti del condotto. Questo genere di attività persiste, sostanzialmente immutata, da almeno 2000 anni, e questo ha fatto sì che, fin dall’antichità, Stromboli fosse conosciuto come il “faro del Mediterraneo” per il bagliore delle sue esplosioni, visibile da grande distanza. Ma tornando all’attività etnea in corso d’opera si sono generate fontane di lava alte circa un chilometro con una colonna eruttiva di gas e cenere che si innalzava per una decina di chilometri sopra la vetta del vulcano, per poi allargarsi a fungo ed espandersi verso Ovest-Nord-Ovest. La fase più intensa è durata circa una mezz’ora. Infatti, poco prima delle ore 1:00 del 23 c.m., la violenza delle fontane e l’ampiezza del tremore vulcanico sono bruscamente diminuiti, fino a cessare del tutto nel giro di pochi minuti. Si sono così generate fontane di lava alte circa un chilometro con una colonna eruttiva di gas e cenere che si innalzava per una decina di chilometri sopra la vetta del vulcano, per poi allargarsi a fungo ed espandersi verso Ovest-Nord-Ovest. La fase più intensa è durata circa una mezz’ora. Infatti, poco prima delle ore 1:00 del 23 c.m., la violenza delle fontane e l’ampiezza del tremore vulcanico sono bruscamente diminuiti, fino a cessare del tutto nel giro di pochi minuti.

Nelle ore successive, dalle 04:50 fino alla mattina del 23 c. m., si è registrato un temporaneo incremento del tremore e dell’attività stromboliana al Cratere di Sud-Est, con lancio di prodotti fino a 300 metri di altezza e formazione di due piccole colate, una in direzione della Valle del Bove ed una sull’altro fianco del cratere, verso SudOvest. Questa attività ha prodotto anche delle momentanee dense nubi di cenere spinte dal vento verso Nord-Ovest. L’attività dell’Etna è costantemente monitorata dall’Osservatori Etneo dell’INGV di Catania. Sono in corso nuovi sopralluoghi dal personale dell’Osservatorio Etneo nell’area interessata, per prelevare campioni dei prodotti emessi durante il parossismo attuale e analizzarli in laboratorio. L’INGV diffonde tempestivamente tutte le informazioni sui parossismi dell’Etna sui canali social dell’INGV. L’Etna ha dato vita, per un’ora, a una fase “parossistica” dal cratere di Sud-Est con “fontane” di lava incandescente alte diverse centinaia di metri e una colata che si è riversata nella desertica Valle del Bove, raggiungendo quota 1.700 metri, lontana da centri abitati. L’effetto più evidente anche da Taormina, Catania e dalla costa siracusana è stata la colonna eruttiva, spiega l’Ingv-Oe di Catania, “determinata dal parossismo e carica di cenere e lapilli che si è alzata di alcuni chilometri sopra la cima del vulcano e, spinta dal vento verso sud, ha causato ricadute del materiale piroclastico sui centri abitati fino a Catania e nel siracusano, a decine di chilometri di distanza dall’Etna». La pioggia di cenere e lapilli lavici ha interessato anche l’aeroporto internazionale di Catania, che ha interrotto l’operatività. Cinque voli sono stati o cancellati o dirottati. Lo scalo riprenderà in pieno l’attività a partire dalle 9, con l’arrivo del volo easyJet proveniente da Milano Malpensa, come deciso dall’unità di crisi dello scalo, dopo la bonifica della pista e dopo che l’Ingv ha abbassato l’allerta ‘Vonà (Volcano Observatory Notice for Aviation) per lo spazio aereo, passato dal rosso di ieri all’arancione. Intanto l’aeromobile Alitalia che copre la tratta AZ1722 per Roma Fiumicino che sarebbe dovuto partire alle 6:35 dal Vincenzo Bellini è decollato alle 8 dall’aeroporto di Comiso, dove l’aereo è atterrato ieri sera. Le operazioni di pulizia della pista, a Catania, sono andate avanti per tutta la notte con l’impiego di 6 spazzatrici e di 2 mezzi per il supporto tecnico, oltre che di dieci unità che hanno operato incessantemente per rimuovere la grande quantità di cenere vulcanica dalla pista, dalla via di rullaggio, dai piazzali e da tutta la viabilità perimetrale. L’aeroporto è stato bloccato per alcune ore e la fitta cenere si è sparsa su una superficie provinciale estesa oltre Catania stessa, così il risveglio dell’Etna, ha destato più stupore e più meraviglia, ma anche un po’ più di paura per i non catanesi abituati o meglio assuefatti a sua maestà il vulcano mitologico. L’Etna, infatti, si è mostrato in tutta la sua maestosità con una carica di cenere e lapilli che ha creato una colonna di fuoco, formatasi sopra la cima del vulcano, della lunghezza di alcuni chilometri. Il vento, poi, ha fatto il resto portando i residui dei materiali fuoriusciti dal vulcano verso i centri abitati di Catania e Siracusa.

L’aeroporto di Catania «tornerà operativo a partire dalle 9, consentendo l’arrivo del volo EasyJet proveniente da Milano Malpensa». Lo rende noto la Sac, società che gestisce lo scalo che ieri aveva interrotto l’attività per l’emergenza cenere lavica legata a un violenta attività eruttiva dell’Etna. Le operazioni di pulizia della pista sono andate avanti per tutta la notte con l’impiego di sei spazzatrici e di due mezzi per il supporto tecnico, oltre che di unità che hanno operato per rimuovere la grande quantità di cenere vulcanica dalla pista, dalla via di rullaggio, dai piazzali e dalla viabilità perimetrale. (ANSA).

 

 

 

Molta cenere sottile è caduta come pioggia su Catania, annerendo auto, balconi, strade e marciapiedi. In città sono stati avvertiti boati e tremori. L’eruzione è stata vista anche dalla Calabria. La caduta della cenere è terminata, come l’attività al cratere che ora appare in decremento. Le telecamere di sorveglianza dell’Ingv-Oe di Catania mostrano la colata lavica prodotta dalla fessura di Sud inattiva, mentre quella che emerge dalla fessura di Sud-Ovest è meno alimentata. Inoltre, sono stati osservati tre flussi di magma che si sono sviluppati con l’apertura della fessura eruttiva di Sud-Ovest. Quello più avanzato ha superato monte Frumento Supino. L’eruzione del vulcano non ha impattato sull’attività dell’aeroporto internazionale Vincenzo Bellini di Catania.  Sono stati registrati anche fenomeni di fontane laviche, con l’emissione di materiale incandescente, durante i quali si sono avuti i valori massimi dell’ampiezza del tremore vulcanico che, allo stato attuale, mostra modeste oscillazioni. Il media “La Sicilia” il 17 c.m. titola: ”Eruzione Etna, Catania e provincia si svegliano “nere”: riapre l’aeroporto”. E precisa che: ”Operazioni di bonifica in città e in molti Comuni pedemontani che sono stati totalmente ricoperti di cenere e lapilli dopo la spettacolare attività parossistica del vulcano. L’Etna e la sua eruzione: le immagini spettacolari del risveglio. Così il gigante buono dal cuore ardente si è svegliato. Queste sono le immagini della sua eruzione.

Dell’ambiente geologico di Catania vi è la parte sotterranea non lontano dall’anfiteatro romano di piazza Stesicoro è possibile accedere a un suggestivo percorso sotterraneo nella Catania settecentesca sepolta sotto la lava dell’Etna in seguito all’eruzione del 1669. In città esistono vari punti di accesso e tra le strutture architettoniche visitabili vi sono le terme, le chiese, i palazzi e persino la segnaletica stradale dell’epoca. Nel 1974 con un amico ho visitato non poco della Sicilia e non poteva mancare Catania, la seconda città più popolata dell’isola. Catania è meta ogni anno di turisti interessati alla sua architettura, ai suoi panorami in bilico tra il bianco che ammanta il vulcano fumante e l’azzurro del Mediterraneo proprio di fronte. La città stessa sembra mettere in comunicazione queste due forze della natura, perfettamente opposte e complementari. Lungo le sue strade la vita scorre al di sopra e al di sotto della pietra lavica dell’Etna con la quale molti palazzi sono costruiti; nelle rovine greco-romane che testimoniano il passaggio millenario dei popoli in questa ricca are. Insieme ad altri Catania fa parte dei comuni del barocco siciliano dichiarati nel 2002 patrimonio dell’umanità Unesco. Di Catania ricordo piazza Duomo, al cui centro si erge la fontana dell’Elefante (1735-1737). La statua dell’elefante in basalto nero  protagonista del monumento è considerato storicamente il simbolo di Catania, che secondo la leggenda la protegge dalle eruzioni dell’Etna. Sulla piazza si affacciano inoltre l’ottocentesco palazzo degli Elefanti, noto anche come palazzo Senatorio e oggi sede municipale, il palazzo dei Chierici (1757) con la sua particolare facciata in bugnato e pietra bianca d’Ispica su sabbia vulcanica, la fontana dell’Amenano (1867) in marmo bianco di Carrara e infine la cattedrale di Sant’Agata, il duomo di Catania.

La venerazione per questa santa cristiana lascia ancora oggi perplessi chi non è catanese per la passione corale durante la processione in modo speciale. Si potrebbe pensare ad aspetti non minimali di fanatismo religioso. La chiesa di Sat’Agata che è accertata già a partire dal 1070 e si presenta oggi con la facciata barocca realizzata in marmo bianco di Carrara dal Vaccarini, autore anche della fontana dell’Elefante, con le colonne recuperate dall’antico teatro Romano della città. All’interno da segnalare la tomba del celebre compositore catanese Vincenzo Bellini (1801-1835) e numerose opere d’arte d’epoca barocca. Interessante è il parco archeologico greco-romano., che comprende almeno un centinaio di siti diversi e monumenti archeologici sparsi in città e su tutto il territorio comunale. Tra i monumenti di epoca greco-romana ammirabili ancora oggi in città ricordiamo l’Anfiteatro Romano in piazza Stesicoro (II sec. d.C.), il coevo Teatro, realizzato in marmo e pietra lavica e risalente però all’epoca greca (415 a.C.), sito nei pressi di piazza San Francesco insieme all’Odeon, ancora oggi utilizzato per gli spettacoli estivi della città e, infine, le terme della Rotonda, un vasto complesso monumentale risalente al I-II sec. d. C. costruito forse su un preesistente tempio pagano, le cui strutture vennero in seguito trasformate in epoca bizantina in una chiesa. Si possono infatti ammirare numerose tracce di affreschi del VII sec. d.C. dedicati agli episodi della vita della Vergine Maria. Anche i mercati di Catania hanno il loro fascino, sparsi un po’ per il centro cittadino e su tutto il territorio comunale, rappresentano una delle più antiche vocazioni dei suoi circa 300 mila abitanti, l’attività mercantile appunto, che prospera a Catania sin dall’epoca in cui la città era capitale del regno di Trinacria. Mercati da vedere perché più antichi di Catania sono la Fera ‘o Luni in piazza Carlo Alberto e la Piscarìa (mercato ittico) in piazza Alonzo di Benedetto, dove risuonano ancora oggi le popolari vuciate (grida) con i quali i mercanti pubblicizzano la merce ai passanti. Tra le vie importanti di Catania, vi è la via del “passeggio” della città, si sviluppa per 3 km a partire da piazza Duomo e punta dritto, con una visuale mozzafiato sui fianchi innevati dell’Etna che fa da cornice ai tetti della città. Percorrendola si possono scoprire le rovine della Catania antica e raggiungere, al termine della strada villa Bellini e l’orto Botanico di Catania. Interessante è pure il teatro “Vincenzo Bellini” edificio neobarocco, inaugurato nel 1890 proprio con la Norma (1831) di V. Bellini, conserva all’interno una sala teatrale finemente decorata tra le più belle costruite in Italia nell’Ottocento. Da notare gli affreschi del soffitto raffiguranti le allegorie delle maggiori opere di Bellini realizzate da Ernesto Bellandi (Norma, La sonnambula, I puritani e Il pirata), la statua in bronzo di Bellini opera di Salvo Giordano che adorna il ridotto e il sipario storico del pittore catanese Giuseppe Sciuti con la Vittoria dei catanesi sui libici. Per la Catania settecentesca c’è da ammirare via dei Crociferi, monumentale strada rappresenta un raro unicum architettonico e urbanistico, e per questo considerata la più bella strada della Catania settecentesca. Passando sotto l’arco di San Benedetto, la strada collega la Badia maggiore a quella minore, partendo da piazza San Francesco d’Assisi. Su via dei Crociferi si affacciano per lo più splendide chiese e monasteri di epoca barocca: la chiesa di San Benedetto, di San Francesco Borgia, il collegio dei Gesuiti, la chiesa di San Giuliano perfetto esempio di barocco catanese, il convento dei Crociferi, la chiesa di San Camillo de Lellis e, infine, la settecentesca villa Cerami, oggi sede della facoltà di Giurisprudenza. Percorrere questa strada significa davvero compiere un viaggio indietro nel tempo. A piazza Dante Alighieri vi è il Monastero di San Nicolò la Rena. Il complesso monastico, tra i più grandi d’Europa, sito in piazza Dante è considerato dall’Unesco uno dei gioielli tardo barocchi della val di Noto. La facciata dell’edificio conventuale presenta il caratteristico intonaco di scura sabbia vulcanica. I sotterranei del monastero ospitano oggi la biblioteca del dipartimento di Scienze Umanistiche dell’università di Catania. Qui si possono ammirare i mosaici di un’antica domus romana del II sec. d. C. ritrovata durante la costruzione del monastero. Il chiostro di Levante presenta invece al centro un originale Caffeaos neogotico decorato con maioliche variopinte, mentre quello dei Marmi (il più antico, a ponente) ha una grande fontana marmorea seicentesca. I due chiostri sono collegati tra loro dal cosiddetto corridoio dell’Orologio, lungo oltre 200 m. Il monastero circonda su tre lati la chiesa di San Nicolò la Rena (1687), con la facciata incompiuta, che conserva all’interno il grande organo barocco di Donato Del Piano e la lunga meridiana (40 m) di Sartorius e Peters. L’edificio è considerato una delle più grandi chiese di tutta la Sicilia e, se terminata, sarebbe stata più grande addirittura del duomo di Catania. Palazzo Biscari è il più importante palazzo storico della città di Catania risale alla fine del 1600 e fu eretto sulle mura del 1500 della città, in parte sopravvissute al terremoto. All’interno la stanza di Don Chiosciotte, la galleria degli Uccelli e il salone delle Feste o salone Centrale, decorato in stile rococò con stucchi e affreschi, tra cui la Gloria della famiglia Paternò Castello di Biscari (primi proprietari del palazzo) che adorna il cupolino centrale. La presenza del Castello Ursino, eretto nel 1200 testimonia il volere di Federico II di Svevia che lo volle su una delle aree più antiche dell’abitato di Catania risalente probabilmente all’epoca greca, il castello presenta una massiccia struttura quadrata conclusa da quattro torrioni circolari su ciascun angolo. Il maniero ospita oggi il museo Civico di Catania, comprensivo di una ricca sezione Archeologica di oltre 8 mila reperti, una Pinacoteca con una pregevole raccolta di tavolette bizantine e numerose sale con altrettante opere d’arte meedievale, rinascimentale e moderna. Catania deve la sua fondazione, nel 729 a.C., ai coloni Greci, detti Calcidesi, provenienti dalla vicina isola greca di Naxos. Il suo nome deriva proprio dalla sua posizione adagiata ai piedi dell’Etna, cioè dall’unione dei termini greci katà e aitné (nei pressi di o appoggiata all’Etna). Nel Cinquecento la città fu inoltre soprannominata la “Sicula Atene” per la sua assonanza con il nome della capitale greca (katane, kai Atena). Dalla fondazione greca della città, Catania ha visto il passaggio di non poche civiltà: il tiranno siracusano Gerone I (476 a.C.), i romani (21 a.C.), gli Ostrogoti di re Teodorico il Grande (VI secolo d.C.), i Bizantini e i musulmani intorno al Mille, i Normanni, gli Svevi che fecero erigere il castello Ursino, gli Angioini, gli Aragonesi che resero Catania capitale del regno di Trinacria fino all’inizio del Quattrocento, gli spagnoli, i Savoia e infine i Borboni. Ciascuna di queste genti ha lasciato a Catania la sua traccia, alcune delle quali sopravvissute alle due catastrofi naturali che hanno colpito Catania: l’eruzione dell’Etna del 1669 e il terremoto della val di Noto del 1693. Ma del presente e del futuro dell’Etna cosa dicono gli esperti che vi lavorano sopra? La frase ricorrente trai vulcanologi, quando si parla dell’Etna, è “tutto è possibile”. La ripete anche Boris Behncke, vulcanologo e da 25 anni ricercatore dell’Istituto nazionale di vulcanologia e geofisica. Da una settimana tiene sott’occhio le fontane di lava che hanno regalato uno spettacolo visibile anche dalle isole Eolie. Ma cosa sta succedendo? “Si tratta di parossismi, eventi che negli anni si sono già verificati sull’Etna”. Cioè? “Sono eruzioni violente e brevi. Il termine parossismo viene preso in prestito dalla medicina, è come se si trattasse di attacchi epilettici”. Questa volta in una settimana sono stati quattro gli eventi. C’è già stata questa frequenza in passato? “Così ravvicinati no fino a gli anni Settanta. Ogni 10, 20 anni erano all’incirca uno o due all’anno. Nel 1989 ci sono stati 15 episodi. Nel 2000, invece, l’Etna regalò 66 eventi parossistici, anche tre al giorno. Dal 1977 ad oggi abbiamo contato circa 250 di questi episodi”. Di certo è uno spettacolo che impressiona. “Sì, senza dubbio. E noi studiosi abbiamo notato una crescente attenzione mediatica nel tempo”. Ma potrebbe esserci pericoli per la popolazione? “Sono eruzioni molto esplosive, bisogna stare lontani dalle bocche del vulcano. Ma questo pericolo al momento è scongiurato perché dal settembre del 2019 il vulcano è off limits proprio perché abbiamo notato un’intensificazione dell’attività”. E dopo il parossismo? Cosa ci si aspetta? “Queste eruzioni determinano la caduta di lapilli e cenere che raggiungono i centri abitati.  È a questo punto che bisogna stare molto attenti, si pone il problema della pulizia delle strade che noi raccomandiamo vivamente”. Perché? “Questi frammenti vengono schiacciati da auto, camion e qualsiasi mezzo di trasporto. Si riducono in polveri sottilissime che sono dannose per chi le respira”. E ora? Cosa accadrà? “Stiamo studiando quante volte negli anni questa serie di parossismi sono state il preludio di eruzioni a quote più basse sul fianco dell’Etna. Queste potrebbero creare problemi per chi abita alle pendici del vulcano”. È già successo? “Nel 1989 e nel 2001. Ma tante altre volte no. Ma come ho detto non si può dare nulla per scontato con l’Etna. Anzi, una cosa sì: non si spegnerà mai”. L’eruzione dell’Etna del 1669, che è considerata la più devastante in epoca storica, ebbe inizio in primavera e si concluse a metà luglio dello stesso anno. Devastò e seppellì decine di centri abitati giungendo fino al mare in corrispondenza dei quartieri occidentali catanesi. Tra il 25 febbraio e l’8 marzo 1669 una serie di violenti terremoti squassò il fianco sud-orientale del vulcano provocando danni e crolli a Nicolosi. I sismi annunciavano l’apertura di una serie di fenditure da cui iniziò a sgorgare la lava. Nella sua relazione del 1670 G. Alfonso Borelli su incarico dellA Roal Socoety di Londra, riferisce che l’apertura delle fenditure andava dal piano di monte San Leo (1200 m s.l.m.), a monte Frumento (2800 m s.l.m.); nel breve periodo successivo le bocche di fuoruscita divennero 7 con emissione di piroclasti e violento degassamento. L’11 marzo tra Monte Nocilla e Monte Fusara si aprì una nuova fenditura che in serata emise una serie di colate in varia direzione[4] di cui la più occidentale il 13 marzo seppellì l’abitato di Belpasso, allora Malpasso. Uno dei bracci si diresse verso sud raggiungendo la radice settentrionale del Mon Pileri deviando verso ovest in direzione della località, con case di campagna, detta la Guardia. Entro la giornata del 13 marzo era già stata distrutta Mompilieri e raggiunto il territorio di Mascalucia mentre sulla fenditura i piroclastiti, anche di grandi dimensioni, avevano costruito l’impalcatura dei coni gemelli detti dagli abitanti Monti della ruina e in seguito chiamati monti Rossi. Tra essi e il Monte della Nocilla 15 conetti disposti lungo l’asse nord-sud ed altri 6 coni avventizi nei pressi di quest’ultimo. Nei pressi del Monte Fusaro rimane a tutt’oggi la fenditura di scorrimento detta Fossa della Palomba. Molte delle vallate furono colmate dai prodotti piroclastici ed altre come il Piano Tavola, su cui oggi sorge il centro abitato omonimo, trasformate in vasti pianori. Fu parzialmente seppellito il fiume Amenano che, essendo un fiume perenne, scavò un nuovo letto nel sottosuolo; scomparvero anche i 32 rivoli in cui si divideva alla foce. Il Castello Ursino  di Catania, che era stato costruito in prossimità del mare, ed era congiunto alla piazza d’arme da un ponte levatoio, venne circondato dalla lava, perdette il fossato del 1500 e si trovò allontanato dalla costa da oltre un chilometro di lava. Venne modificata profondamente la linea di costa a sud della città di Catania in seguito all’accumulo di arenile a ridosso del nuovo contrafforte lavico. Persero del tutto la prospettiva in elevazione le mura cittadine per tutto l’arco da nord ad ovest e fino alla parte sud, la lava coprì infatti i Bastioni di San Giorgio e di Santa Croce. Scomparvero anche molte tracce degli insediamenti di tutte le epoche precedenti, come i cosiddetti Circo Massimo e la Naumachia, strutture di presunta origine romana ricordate dal Bolano, primo autore moderno che li descrisse vedendoli..In seguito all’eruzione del 1669 la morfologia di tutta l’area sud del vulcano subì notevoli trasformazioni. L’eruzione dell’Etna del 1983 durò 131 giorni e distrusse la funivia dell’Etna e lunghi tratti della strada per l’Etna nel tratto tra Nicolosi e il rifugio Sapienza. Per l’Etna ci fu il primo tentativo al mondo di deviazione per mezzo di esplosivo della colata, che produsse circa 100 milioni di metri cubi di materiale lavico. Il 30 marzo si assistette ad una improvvisa recrudescenza dell’attività e l’Etna cominciò ad attirare l’attenzione e la presenza di famosi vulcanologi come Haroun Tazieff che definì il fenomeno « un’eruzione seria e pericolosa ». Riunioni politiche e tecniche portarono progressivamente la volontà e la consapevolezza di poter combattere e sconfiggere le intemperanze distruttive del vulcano, senza però trascurare il fatto che il vulcano eruttava ogni giorno un volume di lava di 1.000.000 di m³ ad oltre 1000 °C di temperatura che, deviata, rallentata, arginata od arrestata si doveva pure prevedere dovesse essere accumulata da qualche parte evitando il più possibile minacce e danni ad alcuno. Sul Corriere della Sera, il professor Villari direttore dell’INGV, richiamò però l’attenzione delle Autorità sulla questione tecnica e giuridica, mettendole in guardia dall’improvvisazione, e denunciando l’immaturità nel fronteggiare situazioni del genere pur in una terra interessata continuamente da terremoti, eruzioni ed altre calamità naturali. Infine sollecitò una « presa di coscienza della imprescindibile esigenza, in un Paese in cui i fenomeni vulcanici sono così ricorrenti, di porre adeguato impegno nella predisposizione di tutti quegli strumenti, siano scientifici, tecnici o normativi, per fronteggiare adeguatamente situazioni che potrebbero essere ben più gravi di quanto oggi accade sul vulcano siciliano ». Il vulcanologo Tazieff dichiarò che deviare una colata « costa caro e non serve a niente ». Le richieste di intervento al Comitato di Consulenza Tecnico-Scientifica per il Vulcano Etna si fecero alla fine così tumultuose che si parlò seriamente di progettare un intervento con esplosivi da posizionare sul fianco orientale della colata per deviarne il flusso a monte. Il piano secondario prevedeva di realizzare dei poderosi baluardi in terrRaccolto un cospicuo numero dei più svariati mezzi di frantumazione, movimento e trasporto terra, fotoelettriche, autobotti e quant’altro necessario, tra l’1 ed il 2 maggio si dette il via ai cantieri per erigere gli argini e scavare i canali. Intanto la colata tra l’8 ed il 10 maggio raggiunse il punto più avanzato a quota 1070 m. Nonostante nuove polemiche da varie parti sull’opportunità o meno dell’intervento in quota con gli esplosivi, il Ministero decise di andare avanti comunque. Alle 4 del mattino del 14 maggio brillarono le cariche, « l’argine crolla e la colata, lentissimamente, comincia a spaccarsi in due. È fatta. La lava dell’Etna è più calda di quella del Vesuvio, tende a fluire di più e meno forma il tappo vulcanico! Ne consegue che mentre il Vesuvio tra alcuni lustri potrebbe eruttare catastroficamente come nel 79 d.C., l’Etna no perché non sembra che abbia un solido tappo superficiale della bocca centrale. Devo riferirlo al mio collega di Matematica e Fisica del 1979/82 del liceo scientifico G. Galilei di Dolo (VE), Giuseppe Zuccarello, che mi parlava spesso della sua Catania di nascita e di formazione universitaria e con la sorella Agata, suora.

 


Giuseppe Pace (Naturalista)

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