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A SCUOLA! Dieci risposte sulla ripresa delle attività didattiche in tempo di pandemia

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Napoli, 30 Agosto – Non ho mai amato impiegare il mio tempo restando adagiato su un divano a guardar film, trasmissioni televisive, et cetera: un siffatto passatempo può essere, sì, utile, ma potrebbe, al tempo stesso, provocare una dipendenza tale da indurre chi vi è dedito a trascurare gli aspetti fondamentali della propria esistenza – in primis l’importanza della relazione con l’altro – od addirittura a disattendere ai propri impegni lavorativi.

Eppure, ricordo ancora una celeberrima scena del film “Io speriamo che me la cavo“, in cui il maestro Sperelli – magistralmente interpretato da Paolo Villaggio – invita i propri alunni a vivere con gioia l’esperienza scolastica; a tale invito, uno degli scolari gli rappresenta che la scuola del loro paese versava in condizioni di assoluto degrado, non solo per via delle fondazioni non adeguatamente consolidate (“…è vecchia, scassata, piena di buchi dentro ai muri…“), bensì anche a fronte dell’assenteismo della direttrice e, soprattutto, del custode che abusava del suo ruolo.

Cari Lettori, quest’oggi intendo leggere la frase di cui all’inciso in un’ottica leggermente – ma non totalmente – diversa, riferendola al sistema dell’istruzione nel nostro Paese ed alla totale incapacità, da parte del Governo centrale, di permettere una riapertura delle scuole in sicurezza.

Ieri mattina, leggendo attentamente “Il Sole 24 Ore“, ho immediatamente notato che era ivi pubblicata una lunga rassegna di articoli inerenti alle incertezze nutrite dagli Italiani in vista dell’inizio di un anno scolastico diverso dai precedenti. A colpirmi particolarmente è stato il lavoro di Claudio Tucci – cui va la mia profonda gratitudine -, il quale ha riassunto in un “decalogo” i dubbi che assillano la mente di genitori ed operatori del settore.

Ancora una volta sarò costretto a ricorrere ad un elenco per illustrare quelle che, a mio sommesso parere, sono le risposte giuste ai tanti interrogativi che ciascuno si pone.

1) Il primo problema, come noto, riguarda l’utilizzo dei dispositivi di protezione e, segnatamente, della mascherina: il Comitato Tecnico Scientifico ne impone l’utilizzo a partire dal sesto anno d’età; quid agere, però, con i frequentanti la scuola dell’infanzia che han già compiuto sei anni e con gli alunni della primaria che, invece, non hanno spento la sesta candelina?
La soluzione a questo problema potrebbe essere la seguente: considerato l’andamento ascendente della curva dei contagi – a prescindere dal ridotto tasso di mortalità rispetto ai mesi addietro -, la mascherina (e, se necessario, anche i guanti e/o la visiera protettiva) andrebbe indossata a prescindere dall’età. Per la scuola dell’infanzia….si complica leggermente il discorso: son ben consapevole di quanto sia difficile imporre la mascherina a dei bimbi di età fra i due/tre ed i cinque/sei anni, ma…..a questo dovranno provvedere i genitori ed i maestri di comune accordo (è d’uopo, quindi, un lavoro congiunto di educazione alla vita sociale).
Il distanziamento, invece, non dovrebbe ammettere alcuna deroga, quale che sia il grado della scuola.

2) Altro dilemma inerisce all’obbligo di certificazione medica per la riammissione a scuola degli alunni che si siano assentati per più di tre giorni a causa di malattia.
Il nodo da sciogliere non è così gordiano: lo si imponga a tutti gli studenti, senza tener conto dell’ordine e grado della scuola da essi frequentata.

3) Quid respondere sulla refezione? Sappiamo quasi tutti che il servizio è svolto da aziende specializzate, i cui vertici dovrebbero essere ben a conoscenza di tutte le norme igienico-sanitarie cui occorre attenersi per non creare nocumento agli utenti.
Ebbene, prestando la massima attenzione al distanziamento sociale tra gli allievi ed alla sanificazione dei locali, anche mangiare a scuola potrebbe rivelarsi sicuro.
Non vorrei fare il pignolo (ammetto di esserlo abbastanza!), ma, al fine di garantire maggiore affidabilità, consiglierei a chi di dovere di imporre ai soggetti cui sono affidati i minori (docenti, personale ATA, etc.) di indossare, oltre ai classici dispositivi di protezione, un camice – anche solo durante la distribuzione – e, qualora il pasto dovesse esser consumato lontano dall’aula, dei copriscarpe e/o calzature sanitarie non utilizzate altrove.
È scocciante, lo so; ma qui c’è in ballo il futuro del Paese, dunque chiedo pazienza e comprensione.
Così facendo, si eviterebbe il costante ricorso al consumo, nelle pertinenze della scuola, di pasti preparati a casa, la cui provenienza è per natura dubbia.

4) Ci tocca ora risolvere la spinosa questione riguardante i genitori-lavoratori: se i figli si ammalano…..chi li accudisce, dato che il bonus babysitter sta per terminare?
Semplice: si cerchi di ridurre inutili misure di assistenzialismo, tra cui il reddito di cittadinanza ed il bonus-vacanze (varate per soddisfare i capricci di molti) e di tassare i Cittadini percepenti redditi cospicui, in modo da reperire le risorse necessarie a far sì che madri e padri che lavorano possano accudire la propria prole senza dover stringere la cinghia e/o rischiare la perdita del posto.

5-6-10) Altro argomento complesso è la didattica a distanza, unitamente all’alternanza scuola-lavoro contemplata dall’ultima riforma: cosa accadrebbe, infatti, ai frequentanti le scuole materne, elementari e medie qualora dovessero esservi più positivi in seno ad una classe?
Il Governo ha previsto le lezioni da remoto per le sole scuole superiori, buttando completamente nel dimenticatoio i gradi dell’istruzione che le precedono.
Innanzitutto, andrebbe garantita ai docenti la possibilità di acquisire, a titolo completamente gratuito, le competenze digitali necessarie a poter lavorare anche a distanza e, al tempo stesso, si dovrebbero impiegare i fondi UE (e ridurre i costi della politica) per far sì che ognuno possieda un dispositivo adeguato per potersi formare in santa pace anche dalla propria stanza.
Quanto all’alternanza scuola-lavoro, essa – al fine di evitare assembramenti – potrebbe essere svolta ricorrendo allo smart working, oppure – se in presenza – in ambienti preventivamente sanificati, mantenendo la distanza interpersonale e, se del caso, indossando capi ad hoc.

7) Quanto recentemente stabilito dal Ministro Azzolina è a tutti gli effetti un paradosso: si rischia, infatti, un ricorso indiscriminato al precariato, mettendo seriamente a repentaglio quel principio di meritocrazia contemplato dal Costituente.
Per evitare che gli insegnanti validi rimangano precari a vita e, contemporaneamente, che quelli inadatti a questo lavoro si stabilizzino, bisogna provvedere celermente ad una riorganizzazione totale dei concorsi a cattedra.

8) E….sul concetto di “fragilità”? Qua mi tocca essere un po’ più duro: tutti sono ben consci che l’età media globale s’è notevolmente alzata, dunque, più che di fragilità stricto sensu, sarebbe più opportuno un riferimento alla voglia di lavorare che, ohi noi, in molti docenti manca.
Non voglio in alcun modo denigrare chi, per una serie di ragioni, è veramente fragile, ma intendo illustrare la realtà dei fatti.
È necessario, quindi, attuare politiche tese a contrastare il fenomeno dell’assenteismo (frequentissimo, specie oggigiorno), oltreché a non nuocere all’incolumità di chi è maggiormente esposto a pericoli.

9) Non da ultimo……va risolto il problema del trasporto pubblico: l’utilizzo promiscuo dei mezzi è indubbiamente un possibile canale di contagio, specie in caso di deroghe al distanziamento sociale.
“Ma le corse non ci sono!”, potrebbero esclamare a gran voce i Governatori; una simile chiosa, tuttavia, è totalmente infondata, giacché tutte le Regioni hanno ricevuto tutte le risorse necessarie a far sì che il nostro sistema di trasporto possa (almeno) avvicinarsi a quello Britannico o Tedesco, pur essendo ancora ben lungi dal raggiungerne i livelli.
È da bocciare, poi, l’equiparazione dei compagni di classe ai congiunti: pur sedendo tra i banchi della stessa aula, Tizio e Caio vivono comunque in famiglie e/o zone differenti, quindi potrebbero contagiarsi vicendevolmente!

Credo di essermi dilungato sin troppo, perciò non aggiungo altro; Vi prego, tuttavia, di una cosa, cari Lettori: se qualcuno di Voi, una volta lette attentamente le mie conclusioni, volesse replicarvi, potrà tranquillamente scrivere alla Direzione del quotidiano e, tramite questa, mettersi in contatto con me per ogni sorta di dialogo.

Avete altre proposte? Bene: formulatele, perché al futuro di un Paese bisogna provvedere insieme!

 

Adriano Spagnuolo Vigorita

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