Cultura

Oro dei Daci e attuale cultura italo-romena con Dante e Eminesco

Napoli, 15 Luglio – Tra gli ultimi articoli che ho  pubblicato sulla Romania, tramite “International Writers’ Journal” n. 5/2020) e “Vox Libri”, rivista della biblioteca regionale Hunedoara, “Ovid Densusiani”, n. 4/2020, il primo è di “Analogie tra Dante Alighieri e Mihail Eminescu, il secondo è “L’anfora dei ricordi di 5 anni nell’ambiente scolastico, naturale e sociale romeno”.

Ora vorrei ribadire alcuni aspetti iniziali dell’incontro-scontro tra Daci e Latini, Decebalo e Traiano, e gli attuali legami, soprattutto culturali, italo-romeni. Con la, in parte ancora misteriosa, Romania, conservo un legame speciale per esservi stato 5 anni ad insegnare. Mentre ero in Transilvania pubblicai su alcune riviste come Ardeal Literar dell’Associazione Scrittori della Judet Hunedoara di cui faccio parte dal 2006, Banchetul di Petrosani e Vox Libri di Deva.

Spesso riportavo anche le ditte degli italiani presenti in quel territorio tran silvano come Giorgio di Mantova e Roberto Tisato di Padova. Ricordavo sempre alcuni aspetti storici, ma li attualizzavo per non fare accademia o fuga nel passato poco utile per il lettore non specialista. A Bucarest insegnava lettere italiane la collega, d’orgine irpina, Manuela, he parlava bene anche l’inglese e il romeno e spesso insegnava italiano anche all’Istituto di Cultura Italiana posto di rimpetto quasi all’analogo Istituto della Romania, vedere foto allegata. I cultori di storia dacica, patrioti romeni che a volte esagerano trasformando il mito in storia certa, scrivono”facciamo luce sopra la storia”.

Due di tali storici li ho conosciuti sia a Simeria, uno dirige la rivista Magazin, con cognome russo, che a Deva, mio ex collega liceale (l’altro della medesima scuola, Vlaic Sorin, sembrava più sensibile alla storia che al mito), G. Hasa, morto da poco tempo che ha pubblicato molti saggi e romanzi tra cui  “Comoara lui Decebal” (Il tesoro di Decebalo).

Molti scrivono di storia epica ed altri di fantastiche città daciche non note se non a loro.

Sul tesoro di Decabalo, ultimo re dei Daci, forte come 10 uomini da cui “dece”, racchiude una storia ricca anche di mito poiché molto dell’oro è ancora sepolto su un’altra ansa del fiume Strei, il nobile traditore, ne avrebbe rivelata solo una e non due, affluente di sinistra del fiume Mures oppure nelle grotte circostanti. Il tesoro di Decebalo è dunque  una storia leggendaria scritta da Dione Cassio riguardanti eventi successi nel mondo romano nel corso del II sec. d. C. Durante la II guerra o serie di battaglie tra Daci e Romani molti nobili Daci, furono catturati, e uno di loro, certo Bicilis, avrebbe rivelato ai conquistatori Romani solo uno dei luoghi dove re Decebalo aveva nascosto il tesoro dei Daci.

Era il letto del fiume Sargetia oggi denominato Strei, non lontano dalla Capitale dei Daci Sarmizegetusa e Simeria, cittadina dove affluisce il fiume nel Mures. Lo Strei fu fatto deviare dagli schiavi romani, nascosto il tesoro sul letto fluviale in un ansa, e successivamente il fiume fatto scorrere sopra lungo il letto dove scorreva prima, dopo aver ammazzato tutti gli schiavi perché nessuno rivelasse il prezioso segreto.

Prima di re Decebalo ci fu Burebista che con Roma fece la Pax Romana, mentre Burebista, meno intelligente e più forte, sfidò Roma e perse di brutto. Molti vengono informati dal sito web con video del “Il Gladiaore” che 120 mila soldati romani guidati da Traiano sconfissero 200mila soldati daci guidati da Decebalo nel 106 d.C. con la conquista della capitale dei Daci, Sarmizegetusa Regia, e il bottino di guerra pari a mezzo milione di prigionieri, 1 milione di libbre d’oro e il doppio di argento, cioè 450mila kg d’oro e 900mila d’argento.

Quando ero là in Transilvania visitai le miniere d’oro dei monti Apuseni. Mi colpì la forma trapezoidale su due piani di scavi, oggi musei che permettono di vedere il filone aurifero per centinaia di metri sulla volta della galleria. Oggi a scavare oro nei monti Apuseni, ex Monti Alburni, vi sono soprattutto aziende canadesi ed australiane, che propagandano uno scarso rendimento di circa 5 grammi d’oro per tonnellata di roccia aurifera da lavorare.

I loro sistemi di esplorazione e lavorazione sono moderni e senza più gallere, fanno saltare intere parti di monti e poi lavorano la roccia incoerente e il paesaggio circostante è meno bello di quello degli antichi Daci e Romani.

A Roma, ai Mercati di Traiano c’è stata la mostra «Gli ori antichi della Romania», importante rassegna di 140 preziosi manufatti in oro e argento datati dal XVII secolo a. C. al VI d. C., ovvero dall’età del Bronzo al periodo bizantino, e provenienti dall’antica Dacia. Una terra ricca di storia, di arte e di cultura, a dispetto dell’immagine stereotipata e violenta oggi fornita dalle cronache dei mass media, abitata fin dal II millennio a.C. dalle tribù indoeuropee dei Traci e conquistata agli inizi del II secolo d.C. dall’imperatore Traiano che sconfisse il re Decebalo e trasformò la Dacia in provincia romana, come testimonia nel suo fregio istoriato lungo 200 metri la celebre colonna coclide posta nel Foro dell’imperatore a Roma. Per la prima volta in Italia, in alcuni casi per la prima volta fuori dal loro Paese, gli ori provengono dai più importanti siti della Romania con varie destinazioni d’uso quali corredi funebri, arredi liturgici, tesori regali ecc. In buona parte sono conservati oggi nelle collezioni del Tesoro del Museo nazionale di Storia di Bucarest, il cui direttore Ernest Oberländer-Târnoveanu e la responsabile del Museo dei Fori Imperiali dei Mercati di Traiano Lucrezia Ungaro sono i curatori della mostra. La Romania è un paese ricco di miniere d’oro, per questo fin dall’età del Bronzo fiorì un artigianato di straordinario livello, mentre il più ricco tesoro preistorico del Paese scoperto dagli archeologi nel 1980 risale all’età del Ferro, come dimostra la collana del XII secolo a.C. rinvenuta a Hinova, sulle sponde del Danubio, insieme a circa 5 kg d’oro tra bracciali, collane, un diadema, migliaia di vaghi e di applicazioni per abiti. Vere e proprie forme d’arte si svilupparono in particolare a partire dal VI secolo a.C., grazie pure ai contatti sia con le colonie elleniche presenti sul Mar Nero sia più tardi con il mondo romano, e non mancano in mostra reperti eccezionali a dimostrarlo come i celebri bracciali a spirale di Sarmizegetusa, la misteriosa capitale della Dacia, datati II-I secolo a.C., con estremità a testa di serpente e ciascuno del peso di 1 kg, recuperati di recente dopo il loro trafugamento. E ancora l’elmo da parata di Poiana-Cotofenesti, manufatto traco-getico del IV secolo a.C., e il rhyton (recipiente per il vino) a forma di testa d’ariete con figure di divinità femminili da Poroina Mare del III-II secolo a. C.

Una tradizione altissima (e una produzione sacchegiata dai Romani come attesta lo storico francese del sec. scorso Jérôme Carcopino, che sostiene trattarsi di 165 tonnellate d’oro e 330 d’argento), che continuerà anche ben dopo l’età romana, come provano gli oggetti gotico-bizantini di V secolo del travagliato tesoro di Pietroasa, il più famoso della Romania, rinvenuto casualmente nel 1837 da due contadini: 19 kg d’oro appartenuti alla casa reale ostrogota o visigota, 22 pezzi, oggi ne restano solo 12, da cui arrivano per la mostra un’elegante patera (grande piatto) con divinità greco-romane e una coppia di fibule. Da citare anche i 20 stateri d’oro col nome di re Koson scritto in greco, caso unico in tutta la produzione di monete della Dacia, ritrovati nella capitale e datati alla metà del I secolo a.C. «L’utilità dell’inutile» è il titolo di un fortunato bestseller, pubblicato in francese nel 2013 e tradotto in numerose lingue – incluso, in prossima edizione, il romeno – di Nuccio Ordine, specialista di studi sul Rinascimento e direttore, insieme a Smaranda Bratu Elian, della «Biblioteca Italiana» edita da Humanitas. Le discipline umanistiche, ritenute «inutili» nella logica mercantilistica della nostra società, sono invece indispensabili per il miglioramento di sé e la crescita dell’umanità. Questi alcuni degli assunti espressi e approfonditi nell’intervista realizzata da S. Bratu Elian. La comunità romena in Italia è in questo momento solamente una nozione. Esiste solo al livello della coscienza collettiva italiana ed è percepita, in generale, negativamente. I romeni d’Italia di oggi sono molto numerosi, molto eterogenei e molto dispersi, senza che si abbia la coscienza di una comunità». In questi termini si presenta la percezione dei romeni in Italia secondo lo storico Ioan-Aurel Pop. L’intervista con il prof. Pop dell’Univ. Babeş-Bolyai di Cluj analizza anche la ricezione della cultura dell’Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica di Venezia negli ambienti culturali e scientifici italiani.

Il suo prolungato e ben qualificato legame con la realtà italiana Le offre un privilegiato punto di osservazione. Come Le pare che venga percepita la cultura romena in Italia? Spesso con un certo interesse, persino esotico in alcuni. La gente è curiosa di sapere di più anche dei romeni, dal significato del loro nome fino alle loro creazioni rappresentative. Purtroppo, negli ultimi anni sono apparse almeno due drastiche limitazioni, tali da impedire seriamente questa percezione. La prima limitazione proviene dalla “fama” di persone in conflitto con la legge, che parecchi dei nostri compatrioti si sono guadagnati e che viene estesa a tutti i romeni. La seconda implica qualcosa di più profondo e consiste nella promozione di alcuni programmi inadeguati, di interesse strettamente elitario, di ristrettissimo respiro”. Quando insegnavo in Romania, 2004/08, al Liceo tecnologico “Transilvania”, della città di Deva, capoluogo della Judet Hunedoara, notavo che il loro poeta nazionale Mihail Eminescu (E.), veniva paragonato a Giacomo Leopardi da una collega romena, che insegnava lingua e letteratura italiana. Poiché in Romania, il Ministero Affari Esteri d’Italia, mi aveva  incaricato di insegnare oltre che le “Scienze Naturali, Chimica e Geografia”, anche la “Cultura e Civiltà Italiana”, mi sembrava, e mi sembra ancora, di riscontrare più affinità tra E. e Dante Alighieri (D.), sia pure due letterati di quasi 6 secoli lontani tra loro. Pur conscio di apparire a non pochi letterati un presuntuoso o uno sprovveduto, insisto nell’analogia possibile poiché specializzato di Ecologia Umana Internazionale, scienza appresa anche al corso biennale postlaurea dell’Università di Padova, consorziata con altre sette università straniere. L’Ecologia Umana ha i caratteri di scienza multidisciplinare, interdisciplinare e transdisciplinare. Per alcuni tratti storici e personali il sommo poeta italiano D., lo paragonerei, dunque, con l’altrettanto sommo poeta romeno E.. Entrambi hanno scritto e tramandato immortali ed universali opere nella letteratura mondiale perché entrambi subirono, in vita, la brutale e pesante mano del potere repressivo del loro tempo: 1300 e 1800. Qualunque scrittore e poeta di valore elevato, che si interessa anche della vita sociale e politica del suo tempo, diventa più grande e famoso per le generazioni che lo seguono. Così è stato sia per E. che per D. In Italia D., fu perseguitato dal potere politico perché Guelfo Bianco. Egli fu costretto all’esilio da Firenze e peregrinò di casa in casa, di città in città, tra cui Padova, fino a Ravenna, dove mori lasciando scritto: ”Ingrata Patria non avrai le mie ossa”.

In Romania, E. fu osteggiato per la difesa della lingua romena e ucciso, con avvelenamento lento e segreto, dall’Impero Asburgico. L’impero Asburgico non voleva che attorno alla difesa della lingua nazionale romena, si creasse una classe d’intellettuali non servili all’Impero di Vienna dei nobili Asburgo. Ecco perché, tramite la polizia politica, di nascosto lo avvelenarono lentamente, quasi come Napoleone all’isola di Sant’Elena dove fu avvelenato dagli inglesi per timore che tornasse in Francia ad osteggiarli in terra e in mare con le sue grandi armate popolari, entusiaste del loro imperatore che impersonava la continuazione della rivoluzione francese, che pose fine al dominio eccessivo dei nobili e del clero a scapito degli esponenti delle arti liberali. D. fu grande Poeta e Letterato, ma anche politico, studioso di filosofia e teologia. Nacque a Firenze nel 1265 e morì a Ravenna nel 1321. Come scrivono al Museo Casa di Dante, Unione Fiorentina, D. rappresenta un’intera cultura, vale a dire quella che si era andata formando a partire dal XII secolo quando, sulla scorta dei nuovi saperi provenienti dal mondo greco-bizantino e arabo, l’Occidente latino acquisì, non senza originali rielaborazioni, un sapere fino ad allora sconosciuto. La sua attività artistica, grazie alla quale viene considerato il padre della lingua italiana, spazia dalla produzione poetica, come le Rime, a quella filosofica, come il Convivio e la Quaestio de aqua et terra; dal trattato politico, come il De Monarchia, a quello linguistico-letterario, come il De vulgari eloquentia. Ma l’opera che ha consegnato D. ad una fama imperitura è la Commedia, vale a dire la descrizione del viaggio che egli avrebbe compiuto nei tre Regni dell’oltretomba; con essa il Poeta ha infatti lasciato nei secoli un’indelebile impronta nell’immaginario collettivo relativamente allo stato delle anime dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso. Sia l’uomo D. che la sua opera sono strettamente legati alle vicende della vita. Fonda la teoria di una lingua volgare che chiama «illustre», che non può essere uno dei dialetti locali italiani ma una lingua frutto del lavoro di pulizia portato avanti collettivamente dagli scrittori italiani. È il primo manifesto per la creazione di una lingua letteraria nazionale italiana. Nel 1319 D. è invitato a Ravenna da Guido Novello da Polenta, Signore della città; due anni più tardi lo invia a Venezia come ambasciatore. Rientrando da Venezia D. viene colpito da un attacco di malaria: muore a 56 anni nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321 a Ravenna, dove oggi si trova ancora la sua tomba. Eminesco, nacque a Botosani nel 1850 e mori a Bucarest nel 1889, ma nonostante che sia morto giovane, a soli 39 anni, ha prodotto immortali ed universali opere letterarie. Ebbe, come D., una vita intensa ed impegnata politicamente: fu poeta, filologo, scrittore, giornalista e politico romeno. Molti lo definirono appartenente al tardo-romanticismo. Per inquadrare l’humus culturale che precedette il tempo di Eminescu c’è da dire che nel 1853 fu fondata a Iasi la società Junimea (Giovinezza), di cui Titu Liviu Maiorescu fu un importante esponente grazie anche alla rivista Convorbiri literare (Colloqui letterari). Tra i maggiori scrittori romeni che debuttarono in Juminea vi fu anche E., considerato dalla maggior parte dei critici il più importante ed influente dei poeti rumeni. Le radici della sua poesia si rifanno alla tradizione popolare romena, ma sentono anche l’influenza dalla filosofia tedesca e delle tradizioni induiste, il narratore Ion Creangà, che scrisse storie della tradizione rumena, Ion Luca Caragiale, considerato il primo drammaturgo romeno di levatura europea, e Barbu Stefànescu Delavrancea, che pubblicò i suoi lavori in questo periodo. Tra gli avversari della rivista Juninea si ricorda il filologo, storico e filosofo Bogdan Petriceicu Hasdeu, autore dell’imponente Etymologicum Magnum Romaniae e fondatore di Revista Nouă. Altre riviste importanti furono quelle del movimento simbolista romeno con Literatorul fondata da Alexandru Macedonski e ai primi del XIX sec. primeggia il filologo, storico e letterato, Ovid Densusianu, al quale è dedicata la biblioteca Judetiana di Deva-Hunedoara con la rivista “Vox Libri”, diretta da Denis Toma, che ha pubblicato miei articoli già dagli anni che insegnavo al CTT di Deva: 2004-08. Altro importante scrittore romeno è Mircea Eliade che tra l’altro scrisse:” «l’essenziale della mia ricerca riguarda l’immagine che l’uomo delle società arcaiche si è fatto di se stesso e del posto che occupa nel cosmo». Altri scrittori romeni famosi sono il filosofo,poeta e drammaturgo, Lucian Blaga, e la poetessa-scrittrice Ana Blandiana, pseudonimo di Otilia Valeria Coman, sostenitrice dei diritti civili in Romania. Prima della rivoluzione del 1989 fu famosa dissidente e sostenitrice dei diritti dell’uomo, ebbe il coraggio di contestare in numerose interviste e dichiarazioni pubbliche di Nicolae Ceauscscu. Vinse il Premio Herder nel 1982 e nel 2005 in Italia vinse il Premio letterario Giuseppe Acerbiil, premio speciale per la poesia, per la sua opera Un tempo gli alberi avevano gli occhi, Editrice Donzelli. È stata presidente di Alleanza Civica e direttrice del museo memoriale delle vittime del comunismo di Sighet. Pubblicate in Italia anche le sue memorie di viaggio, Il mondo sillaba per sillaba, Edizioni Saecula, 2012, prima ha pubblicato: L’orologio senza ore, Elliot, 2018; La mia patria A4. Nuove poesie, Aracne, 2015; Il mondo sillaba per sillaba, Saecula, 2012. In aree provinciali, del nostro pianeta, spesso restano oscurati, dai media nazionali e internazionali, valenti Scrittori. Alcuni di questi, che ho conosciuti direttamente a Deva e letto alcune delle loro opere, sono: Mariana Pandaru, Paolina Popa, Victoria Stolajan, Gligor Hasa, Dumitru Huruba. Altri, non conosciuti direttamente, sono: Napocsa Francz (1877-1933) paleontologo che ci ha lasciato in eredità 150 scritti importanti per capire meglio l’Homo sapiens; Montvan Peterfi (1906-78) biologo e famoso botanico, membro dell’Unesco, Groza Petru (1884-1958) Primo Ministro di Romania con biblioteca rossa a Bacia, suo comune nativo; Belu Octavian e Nadia Comaneci famosi nella cultura sportiva, Dan Costantinescu di Hunedoara, Mihai Dragolea di Petrosani, Daniel Dimitri di Simeria, Valentina Sisma di Geoagiu, Aron e Nicolai Densusianu di Densus, Ioan Dan di Deva, Paul Daian di Criscior, Vasile Copilu-Cheatrà di Vulcan, Sebastian Bornesmia di Buriuc, Cibeseu Julia, Sava P. Laura, ecc. Ma torno a commentare il sommo poeta E., che amò Veronica Micle, una donna non immaginaria, ma reale. Ho visitato, nell’autunno del 2004 la Bucovina con i magnifici monasteri fatti erigere da Stefano il Grande del XIV sec.. Tra questi ammirai il monastero di, Văratec, dove c’era la marmorea tomba di Veronica Micle, con la fotografia e sotto la dedica di una sua poesia, per me, estremamente pessimista o realista, quasi leopardiana. Veronica, è stata dunque la musa ispiratrice del sensibile ed universale poeta romeno, e pubblicò la prima raccolta di poesie, “Rendez-vous”, nel 1872, lo stesso anno conobbe E. a Vienna.

La relazione culturale tra i due si trova nell’opera di entrambi nel 1875. Dopo la morte di E., Micle si ritirò in un monastero dove scrisse il volume “Amore e poesia”, in cui raccolse le sue e le poesie che E. le aveva dedicato. Il 3 agosto del 1889 si suicidò, bevendo arsenico, nel monastero di Văratec meno di 3 mesi dopo l’omicidio di E.. La poesia di E. attinge prevalentemente alle fonti popolari, in particolare religiose, della cultura romena, ma si è nutrita anche del romanticismo tedesco e francese, della filosofia di Kant e Schopenhauer. Essa costituisce una sorta di spartiacque tra la letteratura romantica e la moderna letteratura romena e comprende lunghi poemi filosofici, improntati al pessimismo, elegie e idilli amorosi, che prendono talvolta il tono della romanza, roventi satire sociali e politiche, suggestive leggende epiche. Suo poema-capolavoro, scritto in 10 anni, è il poema Luceafărul (“Lucifero”, 1883; trad. it. L’astro, 1927) e alla considerevole produzione lirica, si ricordano le novelle Sărmanul Dionis (“Il povero Dionigi”, 1872) e Cezara (1876), il poema Memento mori (post. 1903) e il romanzo Geniu pustiu (“Genio solitario”, post.1904; trad. it. 1989). In Romania si è conclusa nel 1989 la monumentale pubblicazione (16 voll.) dell’opera di E., cominciata dal Perpessicius nel 1939. E., di agiata famiglia rurale, ebbe un’adolescenza vagabonda. La rivista transilvana Familia gli pubblicò nel 1866 i primi versi, di fattura tradizionale, cambiando in E. il vero nome del poeta, che era Eminovici. Da Vienna, dove il padre lo aveva inviato nel 1869 a completare gli studî, mandò poesie già mature a Convorbiri Literare, la maggiore rivista del tempo, e così entrò in rapporti col circolo “Junimea” e col suo influente animatore e maestro, Titu Maiorescu. Rientrato in patria si dovette adattare a fare il bibliotecario a Iasi, l’ispettore scolastico e il giornalista. La testimonianza della conoscenza di D. da parte di E. giunge attraverso un episodio di carattere sentimentale, evocato da una donna che ne è stata la protagonista, la poetessa Mite Kremnitz: E. le avrebbe chiesto il volume della Comedia per leggerle, in traduzione tedesca, l’episodio di Francesca. Scarse sono tuttavia le tracce dirette della Commedia sull’opera di E.: sul piano formale, pare che verso il 1879 comincino a tentarlo l’endecasillabo e la terzina. Sul piano concettuale, non è troppo forzato vedere (secondo Alessandro Marcu) l’influsso del miro gurge nell’aspirazione di Luceafărul, il protagonista di un famoso poemetto emineschiano, ipostasi del genio e del suo destino, a confondersi come un raggio nel mare di luce della divinità. Per i riferimenti precisi, si vedano, di Luceafărul, le strofe 67-68 e Pd I 79; la strofa 70 e Pd I 82 ss. Bibl. – A. Marcu, Confruntarea muritorului cu divinitatea la D. şi E., in ” Studii Italiene ” VII (1940) 177-178. Le opere più famose di E. sono: Luceafărul (Lucifero), Mi resta un solo desiderio e le cinque Epistole. E. fu attivo nella società letteraria “Junimea”, fu un membro di spicco del Partito Conservatore Romeno e fu, anche, “Redattore capo” del quotidiano “Il Tempo” di Bucarest nonchè giornalista de “Il Corriere di Iași” dell’omonima città che divenne, per un breve periodo, capitale della Romania nella Grande Guerra. E. fu un fervente sostenitore della lingua nazionale romena come D. fu un sostenitore convinto dell’uso della lingua italiana nata dal volgare e in sostituzione della lingua latina adatta solo ai colti ecclesiastici, nobili e a poche proessioni moderne. Entrambi furono osteggiati per aver sostenuto la diffusione linguistica, che noi oggi utilizziamo comodamente. Nella Divina Commedia D. cita molto la natura e gli animali più che le piante: leone, lupa, api colombe, serpenti, ecc.. Sia in E. che in D. il cielo, la divinità e la donna sono particolarmente importanti per elevare l’uomo verso l’universo dell’anima divina. Credo che entrambi abbiano attinto dal politeista Virgilio che scriveva di anima universale. Qualunque scrittore e poeta di valore elevato, che si interessa anche della vita sociale e politica del suo tempo, diventa più grande e famoso per le generazioni che lo seguono. Così è stato sia per E. che per D. In Italia D., fu perseguitato dal potere politico perché Guelfo Bianco. Qualunque scrittore e poeta di valore elevato, che si interessa anche della vita sociale e politica del suo tempo, diventa più grande e famoso per le generazioni che lo seguono.

Così è stato sia per E. che per D. In Italia D., fu perseguitato dal potere politico perché Guelfo Bianco. a denuncia e il tentativo di indirizzare di nuovo l’uomo verso la retta via sono per lui l’ispirazione di una nuova poesia che prende forma nella Divina Commedia. Essa è anche l’opera che racchiude tutta l’esperienza umana, civile, politica, spirituale e poetica di D.. E’ composta da tre cantiche (Inferno, Purgatorio e Paradiso), ciascuna delle quali comprende 33 canti, scritti in terzine di endecasillabi, eccetto l’Inferno che contiene un canto in più quale prologo all’intera opera. L’Inferno viene completato probabilmente verso il 1309, il Purgatorio verso il 1312, il Paradiso verso il 1318; tuttavia Dante lavora sulla Commedia fino alla morte. E. e D. sono due uomini illustri, studiati ed ammirati da milioni di studiosi, studenti e cittadini qualunque di ogni pare del pianeta Terra. Per millenni ancora i due sommi poeti latini splenderanno nell’universo culturale dell’Homo sapiens e non credo che la cultura anglosassone ne abbia prodotti di migliori. Tra Romania e Italia i legami sono solidi, ma anche superficiali nel contempo per le iniziative culturali che dovrebbero rompere i più solidi per non dire brozei luoghi comuni sul comportamento, non sempre esemplare, di alcuni romeni in Italia senza dire anche di alcuni italiani in Romania tra le oltre 20 aziende delocalizzate. Bibliografia stesso autore:-13 saggi e oltre 7800 articoli su riviste e quotidiani di cui 90 dedicati alla Romania oltre a 4 saggi: Italia e Romania: ”Geografia Analogie Regionali e di Ecologia Umana”, Sapere Edizioni; con le edizioni online, leolibri.it: Sguardo su Deva e sulla Judet Hunedoara; Dai Daci ai Daco-Romani di ieri e di oggi; Vampiri e Romania.; -Mihai Eminescu apàra limba romàna cu pretul tinerei sale vieti, habsburgii punerand la cale otràvirea lui/5, Banchetul, Revista de cultura, Petrosani, Anu II nr. 16-17-18 (april-mai-junie) 2017; -Il fiume Mures, “Vox Libri” n.4/2018, rivista romena della biblioteca regionale “Ovid Densusianu” di Deva, Hunedoara; Danubio, fiume rosso come l’amore delle tue nazioni, “Vox Libri” n. 3/2019.

 

 

Giuseppe Pace (Prof. del MAE dal 2004 al 2008 al Liceo tecnologico ”Transilvania” di Deva, Romania)


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