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Liveri, Il signore delle polpette: Pietro Nappi custode di una tradizione

Liveri, 31 Gennaio – Nome: Pietro. Cognome: Nappi. Pese di nascita: Liveri. Nato a Liveri, vissuto a Liveri, il signor Pietro è custode e testimone di una tradizione.

Cosa fa di particolare Pietro? Polpette, polpette per tutti, per tramandare storia, cultura, tradizione. Lo intervistiamo dopo una delle sue fatiche (sono passate in realtà alcune settimane da quando lo abbiamo conosciuto, intento a preparare polpette, ma vale la pena di parlarne). Nonostante abbia trascorso molto tempo accanto al pentolone di olio bollente, Pietro non è stanco, anzi è contento di essersi cimentato ancora una volta in quello che è un vero e proprio rito, di cui, da anni, ormai è ambasciatore: la preparazione delle polpette liveresi e il piacere dell’accoglienza.

Nato nei primi anni ’50 del secolo scorso, dopo la guerra, Pietro Nappi appartiene a una famiglia che ha vissuto grazie alla terra. A differenza degli avi, alla cura della campagna Pietro ha affiancato il lavoro da operaio in una fabbrica di auto e poi anche quello da guardia giurata, ma non ha mai abbandonato i terreni, che continua a lavorare anche adesso che è in pensione. Suo nonno era proprietario terriero; dava lavoro a molti operai della zona. Prima del nonno, i loro avi. L’attività non si riduceva alla preparazione della campagna, con potatura, semina, raccolto ecc., ma era anche circolazione di idee, scambio di saperi, di relazioni tra chi si occupava di agricoltura, chi portava le greggi al pascolo, chi faceva compravendita di prodotti come il formaggio, l’olio, il vino, la frutta e gli ortaggi, dalle nocciole ai pomodori.

Quella di Pietro è dunque una memoria che rappresenta molto di più di un ricordo personale perché costituisce la voce di un paesaggio che appare ancora incontaminato, un territorio che dava e cerca di dare ancora.

Pietro Nappi, dunque, è testimone di quelle generazioni che hanno vissuto grazie all’agricoltura, grazie alla saggezza popolare, che consente di calendarizzare le attività per raccogliere frutti a tempo debito. La vita che Pietro racconta era scandita dalle attività tipiche di ogni stagione, ma anche dalle feste religiose e dalle tradizioni. La festa più importante, quella di Santa Maria a Parete, si svolge ancora oggi e cade ventuno giorni dopo la Pasqua. Tutto si svolge intorno all’omonimo santuario e alla Scala Santa, simboli di fede e di radicata tradizione. È la festa della luce, che si rinnova da secoli per ricordare le apparizioni della Madonna.

In occasione della festa, già il nonno di Pietro, e poi la madre e il padre, erano solito riservare un’accoglienza speciale e calorosa agli operai che si recavano al santuario e si fermavano a salutarli. Nei giorni di festa, quando i nuclei familiari si recavano in pellegrinaggio al santuario della Madonna, si rinnova anche la consuetudine dell’accoglienza in casa Nappi e del dono, che consisteva in un chilo di carne, un fiasco di vino paesano da cinque litri, del formaggio piccante e un abbondante ruoto di polpette.

Fin da bambino Pietro ha aiutato sua madre nella preparazione delle polpette, imparando tutto, dalle dosi dell’impasto alla cottura. Grandi quantità di pane raffermo, non bagnato, poi uova, carne, sale, basilico, il tutto sistemato in grandi sporte. Ci sembra di vedere questa parata di vivande con le polpette fumanti. Non trenta o quaranta, ma centinaia, preparate per tre giorni consecutivi, dalla domenica al martedì perché la consuetudine voleva che i devoti di Visciano, per esempio, giungessero il martedì.

Pietro continua a fare polpette, oggi. Non più per i contadini, ma comunque per coloro che partecipano alle feste del paese. Cambiano i tempi, cambiano l’economia e le abitudini (quanti vegani avranno letto questa storia?), ma l’amore per il territorio e per la tradizione no, quello rimane. Chiediamo a Pietro se questi decenni in cui ha continuato a friggere polpette a beneficio di altre persone, diverse dagli operai del nonno, lo abbiano reso felice. “Certamente”, ci dice, “sono contento di quello che faccio; l’ho imparato da piccolo e cerco di trasmettere i miei ricordi, i sapori (anche di altri piatti tipici), la tradizione”. Gli domandiamo se riesca nel suo intento. “Sì, regalo allegria, creo momenti di condivisione. Spero che i giovani si incuriosiscano, che qualcuno mi segua. Riuscire a trasmettere la mia passione mi renderebbe ancora più contento di quanto io mi senta già. Basta poco per esserlo: rappresentare una tradizione, per esempio”.


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