Cultura

La cultura al tempo del Covid: incontro ravvicinato con il prof. Gerardo Santella

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Palma Campania, 4 Marzo – La crisi pandemica, che ha causato enormi danni nelle varie sfere sociali (salute, produzione, commercio, istruzione), ha anche ferito a morte il mondo della cultura con l’interruzione delle attività dei suoi “attori”, ma nello stesso tempo ha stimolato a ideare ed elaborare nuove forme di rappresentazione dei prodotti artistici, atte alla fruizione del pubblico al di fuori dei luoghi tradizionali (sala cinematografica, teatro, auditorium).

Su queste tematiche abbiamo avuto una conversazione con il prof. Gerardo Santella, critico letterario ed esperto di media, autore di numerosi libri e animatore di eventi culturali nel territorio.

 

Quali gli eventi in programma che non si sono potuti svolgere dall’inizio della pandemia?

“Palma Campania è un paese culturalmente vivace e quindi nel 2020 sono venute meno, al di là di eventi occasionali, le manifestazioni fisse che caratterizzano l’attività dell’Amministrazione e delle Associazioni: La Memoria della Shoah, la Giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne, la Festa del 25 aprile, le Giornate russiane, le rappresentazioni teatrali, le proiezioni cinematografiche, la presentazione di libri, le escursioni ecologiche. E naturalmente non dimentichiamo il Carnevale”.

 

Quale è stata la reazione degli operatori culturali rispetto alle limitazioni imposte dalla pandemia? È stata utilizzato il mezzo digitale per proporre eventi culturali?

“Dopo l’iniziale inerzia, dovuta a un paralizzante sconforto, si è cercata una strada alternativa. L’Amministrazione ha curato lezioni on line su Vincenzo Russo per le scuole e la rassegna Un libro sotto l’albero, con la presenza di cinque autori che hanno parlato dei loro libri con un giornalista. Io stesso ho partecipato ad alcuni eventi: la presentazione di un volume, una intervista radiofonica sulle foibe, una relazione sulla Resistenza, un intervento su Giordano Bruno per il Maggio dei monumenti. Unico incontro in presenza un intervento sulla Rassegna Stampa sul vescovo Beniamino Depalma nella cattedrale di Nola nel settembre 2020. Ma, ammettiamolo, laddove in una qualsiasi manifestazione manca l’interazione dei corpi degli attori e degli spettatori, viene meno la rete empatica delle sensazioni e dei sentimenti che fanno di un incontro una sorta di rito condiviso”.

 

Come ha passato le sue giornate? Quale il suo stato d’animo nel periodo di lockdown?

“Mi (Ci) è sembrato spesso di vivere in una realtà distopica, come nel film Contagion di Steven Soderberg, dove tutto comincia da una città cinese con un virus trasmesso da un pipistrello e un maiale. O di essere finito nel romanzo di Bioy Casares L’invenzione di Morel, dove uno scienziato inventa una macchina che registra le azioni delle persone per una settimana, ne cattura le anime e fa rivivere loro quella settimana per sempre. O di ritrovarmi ad Inverery, un tranquillo paesino della campagna londinese, assieme all’indagatore di incubi Dylan Dog, misteriosamente immerso nella Zona del Crepuscolo, una dimensione tra la vita e la morte in cui tutti i giorni sono letteralmente uno uguale all’altro. Una condizione di solitudine alienante e smaterializzata.

Forse l’unica finestra sul mondo è stata la lettura del quotidiano che, a differenza delle visioni sullo schermo, ha la capacità di informarti attivando tutte le tue percezioni corporee a partire da quelle tattili. Ma aggiungo che quand’anche uno si abituasse all’apateia, cioè ad una condizione di distacco dalle cose del mondo, non potrebbe sentirsi mai bene in un contesto segnato dal male e dal dolore dei suoi simili. Se uno solo dei membri del corpo dell’umanità sta male, la sua condizione di malessere investe tutti gli altri”.

 

Lei ci aveva abituato alla presentazione di un suo libro ogni anno. Invece per il 2020 niente. Mi viene allora da chiedere: è possibile scrivere senza vivere? E si può definire vita quella solo “gastronomica”,  che non prevede anche un nutrimento della mente e dello spirito?

“Inizio con la seconda domanda, la cui risposta è data da una espressione inglese: Bread and roses (Pane e rose). Vuol dire che non si vive di solo pane, del soddisfacimento dei propri bisogni materiali, ma anche della bellezza (cinema, teatro, musica, arte, lettura), senza la quale la nostra vita sarebbe degradata a una condizione animale.

Per la prima domanda rispondo che era dal 1993 che non mancavo all’appuntamento con lettori, soprattutto studenti, almeno con un libro. Il 2020 l’ho passato in dialogo con un amico speciale, Dante Alighieri. Mi sono dedicato, infatti, alla scrittura di quello che considero il maggiore lavoro della mia attività di scrittura: attingendo dalla mia collezione della Commedia di Dante (150 volumi e circa 200 oggetti vari) ho realizzato un originale libro letterario-artistico (grande formato, carta pregiata, disegni di pittori del territorio dipinti direttamente sulla carta e sulla copertina) in un unico esemplare. Ho anche finito un altro volume, Dante pop, e sto anche lavorando, assieme a Luigi Fusco, alla Rassegna stampa sul 700° della morte di Dante.

Vita e letteratura sono indissolubilmente legate. Si sbaglia chi pensa che la solitudine del lockdown sia una condizione ideale per scrivere. La scrittura ha bisogno di essere permeata dal soffio della vita vissuta, senza il quale è come se al suo corpo venissero a mancare carne e sangue e si riducesse ad uno scheletro”.

E soffermiamoci proprio sull’anniversario della morte di Dante, che in questo periodo sta animando la cultura nazionale con la pubblicazione di libri e l’allestimento di mostre in molte città d’Italia. Non potrebbe essere una occasione anche per il nostro territorio?

“Sì, ho presentato all’Amministrazione comunale anche un progetto che prevede vari eventi: presentazione di libri, allestimento di una mostra, letture dantesche, una performance teatrale all’aperto, su cui c’è accordo. Ma tutto è condizionato dall’andamento del virus. Si realizzerà quello che sarà possibile. Certo sarebbe “bello” se potessi esporre la mia collezione al Museo diocesano di Nola, come si era previsto ancor prima della pandemia.

Concludo con un augurio per noi tutti, che prendo proprio dai versi finali dell’Inferno dantesco: (…) vidi de le cose belle / che porta il ciel, per un pertugio tondo. / E quindi uscimmo a riveder le stelle. Il poter risalire, dopo l’attraversamento della buia voragine dell’Inferno terreno, a rivedere la luce”.

 

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