Cultura

Ambiente artistico e culturale di Enrico Caruso sotto al Matese e a Napoli a 100 anni dalla morte

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Napoli, 3 Febbraio – Credo che il mito di Enrico Caruso trovi una qualche rispondenza nella massima di Confucio che segue: Everyone wants to live on top of the mountain, but all the happiness and growth occurs while you’re climbing it (Tutti vogliono vivere in cima alla montagna, ma la felicità e la crescita si trovano nel cammino per scalarla). La prima alta vetta, scalata dal canto del piedimontese e napoletano Enrico Caruso, fu a New York al teatro Metropolitan, dove il suo debutto avvenne  con il duca di Mantova nella ripresa di Rigoletto. Il pubblico gli chiese di bissare “La donna è mobile:

La donna è mobile Qual piuma al vento, Muta d’accento – e di pensiero. Sempre un amabile, Leggiadro viso, In pianto o in riso, – è menzognero. È sempre misero Chi a lei s’affida, Chi le confida – mal cauto il core! Pur mai non sentesi Felice appieno Chi su quel seno – non liba amore!

Il suo debutto in questo teatro avvenne il 23 Novembre 1903, con il Rigoletto di G. Verdi. Sempre al Metropolitan di New York, cantò 607 volte in 37 opere diverse e in 18 stagioni liriche. Ambiente, come insieme di natura e cultura, include anche quello artistico e onora l’Art. 33, c. 1, della Costituzione  che recita: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. Rileggere il significato di tale articolo costituzionale italiano non è perdita di tempo, a mio giudizio poichè da decenni esamino l’ambiente non solo naturale col metro e metodo della scienza. Il volto popolare, la lapide della casa dei genitori a Piedimonte, sotto il Matese e la moneta della musa ispiratrice del bel canto, sono elementi caratteriali di Enrico Caruso. Nell’ambiente internazionale della grande città di Napoli, ma anche in quello più locale del Matese e nella armoniosa cittadina di Piedimonte d’Alife, Matese dal 1970, fu educata la voce di Enrico Caruso.

Egli brillò molto all’estero tra i nostri emigrati come ad esempio in Argentina e USA, dove la presenza di campani e italiani era numerosa. Dopo la prematura morte, il genio E. Caruso, fu compreso di più che da vivo. Figlio del popolo, non delle classi colte e ricche, la sua spiccata genialità canora traeva origine anche dal pensare semplice, popolare e profondo. Con Nietzsche dovremmo dire che “coloro che pensano le cose più profonde, amano le cose più vive” e Enrico Caruso affermò: «La vita mi procura molte sofferenze. Quelli che non hanno mai provato niente, non possono cantare».

Tra le sue medaglie primeggia la raffigurazione della musa del canto con la lira.

 

 

Nell’Enciclopedia Rizzoli – Larousse, Enrico Caruso, è presentato nel seguente modo: “Considerato il più grande tenore del nostro tempo, era dotato di una voce dal timbro particolarmente dolce ed espressivo, ricca di sonorità e lucentezza, con inflessioni baritonaleggianti, che gli permise di passare dal repertorio lirico – leggero a quello propriamente lirico (soprattutto nel genere verista, di cui fu interprete insuperato) e, negli ultimi anni, a ruoli drammatici. La qualità spiccatamente fonogenica della sua voce gli consentì di incidere numerosissimi dischi”. Senza Ombre di dubbi si può dire che la leggenda canora del grande tenore ebbe origine nell’ambiente italiano degli emigrati. Negli USA e non a Napoli il vanto italiano della bel cantare  realizzò il sogno americano. Là, allora come oggi, la meritocrazia è premiata non punita come spesso avviene da noi, anche se si ha talento come lo aveva Enrico Caruso, un verace figlio del popolo e non dei ceti abbienti e nobiliari che Napoli e Piedimonte d’Alife avevano ed in grande numero di persone, soprattutto con la nostalgia dei nobili spagnoli dei Borboni. E. Caruso è omaggiato anche dai pronipoti dei pronipoti degli antichi Sanniti Pentri, che numerosi emigrarono in America.

Ascoltando le canzoni di E. Caruso a Bojano (CB) sembrava quasi di vederlo da piccolo sotto al Matese, dell’altro versante, quello dell’analoga cittadina di Piedimonte d’Alife, che frequentò di tanto in tanto. Tutti sanno che Enrico Caruso Nacque a Napoli il 27 febbraio 1873 da Marcello, meccanico, e da Anna Baldini. Non secondaria per la sua formazione giovanile fu l’assiduità all’oratorio di don Giuseppe Bronzetti: qui egli fece le sue prime esperienze vocali come “contraltino” nel coro, presto con mansioni solistiche; qui, nei corsi serali, ebbe anche una qualche continuazione ai propri studi elementari. Dopo che essi furono terminati, infatti, l’aspirante cantante lavorò presso varie officine napoletane. Dall’infanzia all’adolescenza la sua voce promettente suscitò lo zelo di vicini e “maestri”; ma le lezioni (con A. Fasanaro, Amelia Gatto, e con i pianisti D. Amitrano ed E. Schirardi) ebbero un carattere dilettantesco. Parrocchiale fu l’esordio sulle scene: quelle di don Bronzetti, nel 1887; al giovane cantante era affidata la macchietta di un bidello nella farsa musicale I briganti nel giardino di don Raffaele di A. Campanelli ed A. Fasanaro. Il 1° giugno 1888 morì la madre e a novembre dello stesso anno il padre si risposò, ad Aversa, con Maria Castaldi. Quella del canto era per Enrico, ormai, una seconda attività. Le prestazioni nelle chiese prevedevano trasferte anche fuori Napoli; nelle case private, nei caffè e nelle rotonde balneari, il repertorio corrente era fatto di canzoni, soprattutto napoletane, di romanze da salotto e di arie d’opera. Alla propria qualificazione professionale fu lo stesso Caruso ad opporre resistenze: dopo l’undicesima, interruppe una serie di lezioni più sistematiche presso un maestro rimasto ignoto. “Posteggiatore” allo stabilimento balneare Risorgimento in via Caracciolo, nell’estate 1891, fu notato dal baritono E. Missiano, che lo affidò a un buon maestro di canto, G. Vergine, con regolare impegno di preparazione. Ambiente come insieme di natura e cultura include anche quello artistico e onora l’Art. 33 c. 1 della Costituzione  che recita: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. Rileggere il significato di tale articolo costituzionale italiano non è perdita di tempo, a mio giudizio poichè da decenni esamino l’ambiente non solo naturale col metro e metodo della scienza. Il volto popolare, la lapide della ca sa dei genitori a Piedimonte, sotto il Matese e la moneta della musa ispiratrice del bel canto, sono elementi caratteriali di Enrico Caruso. Nell’ambiente della grande città di Napoli, ma anche in quello più locale del Matese e nella armoniosa cittadina di Piedimonte d’Alife, fu educata la voce di Enrico Caruso. Egli brillò nel firmamento delle ugole d’oro d’Argentina e degli Stati Uniti d’America, dove la presenza di campani e italiani era numerosa nella prima metà del XX sec. Là, lo applaudirono più dei suoi connazionali stanziali italiani e napoletani che per due volte lo fischiarono al nobile teatro di San Carlo, tanto da fargli imprecare che mai più avrebbe cantato a Napoli.

Solo dopo la prematura morte di E. Caruso tutti lo applaudirono con riconoscenze varie. E. Caruso era un figlio del popolo, non delle classi colte e ricche e l’esilio gli fiu men duro a Ne York dove fu valorizzato per il bel canto italiano e napoletano. La spiccata genialità canora traeva origine anche dal suo pensiero, semplice e popolare ma profondo. Con Nietzsche dovremmo dire che “coloro che pensano le cose più profonde, amano le cose più vive”. A testimoniare ciò, il genio canoro di Enrico Caruso affermò: «La vita mi procura molte sofferenze. Quelli che non hanno mai provato niente, non possono cantare». Nell’Enciclopedia Rizzoli – Larousse, Enrico Caruso, è presentato nel seguente modo: “Considerato il più grande tenore del nostro tempo, era dotato di una voce dal timbro particolarmente dolce ed espressivo, ricca di sonorità e lucentezza, con inflessioni baritonaleggianti, che gli permise di passare dal repertorio lirico – leggero a quello propriamente lirico (soprattutto nel genere verista, di cui fu interprete insuperato) e, negli ultimi anni, a ruoli drammatici. La qualità spiccatamente fonogenica della sua voce gli consentì di incidere numerosissimi dischi”. Chissà se per Piedimonte d’Alife il cantante Enrico Caruso, da uomo semplice e forte del richiamo biologico o territorialismo dei luoghi nativi, fu attratto dall’aria salubre e dalla bellezza mista a musicalità cantata già dal poeta indigeno, L. Paterno: ” Natura non creò più verdi poggi, né valli più fiorite o colli allegri”. Fatto sta che il grande tenore Enrico Caruso nacque tre mesi dopo che i suoi genitori si erano trasferiti da Piedimonte, sotto il Matese, a Napoli, dove la sua vita napoletana è abbastanza nota, meno lo è quella della cittadina matesina, che ha una centrale biblioteca comunale dedicata alla moglie del locale duca Gaetani “Aurora Sanseverino”. In tale biblioteca c’è anche il mio, saggio, stampato a Padova nel 2011 dedicato a “Piedimonte M. e Letino tra Campania e Sannio”. Esso  fu donato alla biblioteca civica citata sotto l’amministrazione municipale Cappello e presentato sotto quella successiva Di Lorenzo. La biblioteca civica piedimontese fu inaugurata nel 1990, è posta nella villa comunale con pareti esterne decorate con murales  raffiguranti persone illustri del passato Della cittadina.

All’ingresso è esposto, riportato nel mio saggio ampiamente, il volume originario restaurato del “Catasto Onciario” di Piedimonte d’Alife redatto nel 1754. La biblioteca diocesana “S. Tommaso d’Aquino” è nata nel 1990 dall’unione dei fondi librari dell’antica biblioteca del seminario, risalente al 1696, e della biblioteca dell’Istituto di Scienze Religiose. Possiede circa 23.000 volumi ed ha l’Archivio storico comunale e due settori specialistici, uno dedicato allo studio ambientale storico locale e l’altro al post concilio Vaticano II. Nel 2015 è iniziata la digitalizzazione dei testi antichi e dei loro supporti materiali, finanziata con fondi regionali ed europei, e resa consultabile dal sito di Biblioteca Digitale Italiana. Con tale sistema di tecnologia digitale è possibile attualmente conoscere meglio l’ambiente, naturale e culturale, sia locale che globale e i giovani e i meno giovani, che non si oppongono all’informatica come fanno alcuni docenti, anche in evidenza politica, sono favoriti dalla scienza positivista che li aiuta ad essere meno sudditi d’informazioni e li rende più liberi di pensiero autonomo con relativo giudizio e più lealtà. Interessante è la conoscenza dell’ambiente piedimontese del 1872/73, quando vi fu concepito, Enrico Caruso, che poi nacque a Napoli il 27/2/1873. Piedimonte d’Alife era abitata da 7.100 persone poi ridotte a 5.786 nel 1921, anno della morte dell’illustre cantore popolare, e poi ripopolata fino agli attuali quasi 11.000 abitanti, che di Lunedi si triplicano per il mercato settimanale, mentre ogni giorno feriale le sue strade e scuole sono utilizzate d circa 5mila giovani scolari e studenti. La ricca e bella cittadina di Piedimonte, sotto al Matese, era ed è collocata all’uscita di tre valli carsiche (carsiche le valle Paterno e Rio di Castello M.) e tettonica come la valle bassa del Torano o dell’Inferno con pareti alte 200 metri e con reperti geologici del Giurassico superiore al lavatoio abbandonato della Sorgente al lato del cancello della Cassa del Mezzogiorno. Piedimonte è sotto il sistema orografico imponente del Matese, lungo 70 km da nordovest a sudest e largo 20 da Bojano, ai piedi dei monti Cila, Muto e del “terrazzo di Castello” dove è l’abitato di Castello M.. Il Cila ha un’altitudine di 677 metri, è ricco di secolari uliveti, di mura megalitiche ovest-est ed è “diviso” in superficie dai grandi tubi d’acciaio della condotta forzata che porta l’acqua del lago Matese alla sottostante centrale idroelettrica. Il Muto è alto 1037 metri mentre la terrazza di Castello arriva a 474 metri come il lavatoio pubblico di Bojano (CB) ex Bovianum Vetus, capitale del Sannio Pentro, come sostenuto dal prof. canadese E. T. Salmon, D. B. Marrocco, L. Cimino, A. Palmieri G. D’Abbraccio, ecc.. Sul monte Cila fu rinvenuto il bronzeo Corridore del Cila del V sec a. C., lustro del museo civico piedimontese dedicato, A Raffaele Marrocco, che fondò nel 1915 l’Associazione del Sannio Alifano, poi mutata, da uno dei due figli, nel 1965, in ASMV cioè del medio Volturno. Non pochi si sono interessati delle mura megalitiche del Monte Cila, anche Naturalisti come N. Lombardi ed oggi prerogativa encomiabile di Cuore Sannita. Il parco archeologico del Cila, accessibile dalla meravigliosa stradina e via Madonna delle Grazie, presenta all’ingresso un recente teatro all’aperto in pietra. Dal teatro parte il sentiero (lungo il quale ho abitato con la mia famiglia nel 1964 nel palazzo oggi B. e B.) che sale lungo la montagna e conduce alle mura megalitiche, realizzate, secondo il Majuri, il VII sec. a. C., disposte in 5 semicircuiti dalla lunghezza complessiva di 7 km.. Pare che tali mura siano da identificare come la Porta più a Sud della capitale dei Sanniti Pentri di Bovianum Vetus che già a Capo di Campo, San Gregorio e sul Cila erano presenti. Non si spiegherebbe la descrizione di magnificenza, descritta dal patavino Tito Livio, di quella città ai piedi del Matese nord, prima che cadesse in mano di Roma, caput mundi, nel 303 a.C. e circa 20 anni prima fu vittoriosa alle Forche Caudine di Cusano Mutri (BN). Si avete letto bene Cusano sotto il monte Mutria poiché leggendo bene la descrizione di Tito Livio è più là il luogo dell’agguato sannita alle 2 legioni romane che altrove come dicono altri. Di Cusano M. si invita la lettura di alcuni saggi dello scriptorum loci Vito A. Maturo, ma anche di altri viventi lontano dall’antica città Sannita di Cossa.

Ma torno sull’ambiente piedimontese di Enrico Caruso, che frequentò poi senza lasciare molte tracce note e da ricercare. Piedimonte d’Alife dopo l’unità italiana divenne sede di sottoprefettura e capoluogo del circondario, che soppresse il distretto istituito 1799 e fu formato da soli 3 degli 8 mandamenti precedenti. Per i molti analfabeti si provvide ad istituire subito dopo il 1861 una scuola destinata a formare gli insegnanti (la “Scuola magistrale maschile di Piedimonte d’Alife”) che formò tanti maestri preposti ad istruire piccoli e adulti. Iniziò poco dopo anche l’attività della Cassa di risparmio (1868), importante istituto premiato poi con una medaglia d’argento all’Esposizione di Torino del 1884. La Cassa edificò a sue spese via Vittorio Emanuele a Vallata. Durante la seconda metà dell’800 la maggiore attenzione verso le condizioni degli operai portò anche a Piedimonte alla fondazione della Società Operaia di Mutuo Soccorso con annessa Scuola popolare di disegno che fu sovvenzionata dal comune, dalla Cassa di risparmio e dal Banco Matese. Nel 1871 fu istituito anche un Monte dei pegni mentre l’anno precedente era iniziato a funzionare un Monte di doti, che elargiva annualmente alle donzelle povere dieci “maritaggi” (contributi economici per formare le doti da portare in matrimonio). Nel 1887 fu sciolta, a causa di improvvide operazioni finanziarie dei proprietari, la storica società Egg e il lavoro nella filanda fu fermato. La grande azienda passò poi ai Berner sotto la cui proprietà avvenne nel 1911 un grande sciopero animato dai 600 operai i quali chiedevano la riduzione dell’orario di lavoro (fermo da tempo a undici ore giornaliere). Dell’Ing. svizzero Gugliemo Berner-1898-1918 si ricorda la passione  per l’Etnologia con la donazione di una sua collezione di costumi del Matese al museo d’Arti e Tradizioni Popolari dell’Eur a Roma dei primi anni del 1900 tra cui il costume di Letino, uno dei più tipici ed antichi del centro sud Italia. Ma i costumi, in generale, non sono molto antichi, come molti credono, gran parte dei locali si sono formati nel 1600. Nel 1900 fu disposta con legge nazionale la bonifica della piana del Medio Volturno e nel 1927 fu fondato il Consorzio di bonifica. Il 30/6/1914 venne inaugurata la ferrovia Alifana, mentre nel 1923 furono ultimati i lavori di realizzazione della centrale idroelettrica, che attingendo le acque del vicino lago Matese, giunge ai piedi del Monte Cila dopo due salti sfruttati per mutare l’energia potenziale in elettrica. Di ferrovia, consorzio e centrale elettrica piedimontesi ha ben scritto il genius loci, dr. cardiologo, Giovanni Giuseppe Caracciolo. Non si è ancora compreso bene perché il papà meccanico di Enrico Caruso non riuscì a trovare un buon lavoro a Piedimonte d’Alife che già era cittadina ricca di opportunità anche se con non pochi emigrati in America sia povera- Argentina- che ricca Usa e Canada. Forse Napoli attirava il capo famiglia anche per altro come i servizi sociali più numerosi. Comunque la cittadina, quasi nativa di E. Caruso, sviluppatasi intorno al borgo di San Giovanni e nel borgo del castello ducale dei Gaetani, già possedeva un notevole patrimonio di chiese nonché di palazzi storici di nobili e possidenti nonchè il cotonificio degli svizzeri Egg-Berner. A parte il palazzo dei Gaetani (nobili con due papi tra cui il più famoso Bonifacio VIII, che conserva della precedente costruzione alcune finestre ogivali, un portale del Seicento, uno del secolo XV in stile durazzesco e stucchi e dipinti del sec. XVII) si ricordano il piccolo palazzo De Forma che conserva bifore trecentesche; il casino Scorciarini Coppola del XIX secolo, in via Elci; il Palazzo Merolla del XVIII sec. in piazza Roma; il Palazzo Romagnoli, via Cila;  Villa Candida metà del XIX sec., Via Cila; Il decadente Palazzo Gaetani, Via Madonna delle Grazie; Palazzo Onoratelli loc. Sepicciano; Villa Berner, Via Cila; Cimitero protestante detto “Cimitero degli Svizzeri”. Poi vi è la Fontana tonda con cigno situata in Piazza Roma e inaugurata il 2 giugno 1892. Di lato al palazzo municipale vi è la recente fontana con riprodotta la statuetta del “Corridore del Monte Cila” realizzata su ampia scala. Piedimonte Matese oggi conserva un alone di bellezza ed importanza rispetto ad una cinquantina di comunità civili più piccole in un raggio di 35 km anche se ha problemi di non pochi sudditi non ancora cittadini autonomi di pensare ed agire come succede alle elezioni comunali che rischiano di perpetuare feudi elettorali malefici perché bloccano la meritocrazia. Un posto assegnato al parente o all’amico dell’amico o anche per tangente, crea un danno enorme. Chi lo riceve non sarà mai un cittadino che assolve il proprio lavoro con dignità, trasparenza e imparzialità come le leggi della nostra Repubblica, parlamentare di tipo liberale cioè con 3 poteri, prevede dal 1946.

A Piedimonte Matese attualmente, come altrove nei circa 8 mila comuni italiani, spesso i continui finanziamenti pubblici per valorizzare il capitale materiale e immateriale non sempre vanno a buon fine e bisogna che il cittadino rispolveri l’art. 4 della Costituzione anche per i 90 mila euro che giungeranno per celebrare, sotto al Matese, non solo a Napoli, Enrico Caruso, genio canoro mondiale. Nel 1996, Napoli gli ha intitolato l’Istituto Tecnico Commerciale, in via Arenaccia, 246, ossia nel quartiere dov’era nato. Nel 2002, per ricordare E. Caruso, la Civica Amministrazione di Piedimonte Matese ha posto una lapide sulla porta d’ingresso della casa abitata dai genitori. Nell’ambiente di Piedimonte d’Alife, la città d’origine dei suoi genitori, Enrico Caruso, tornava di sovente. Spesso i piedimontesi lo udivano anche cantare, di notte, al Mercato (piazza Roma), accompagnato da amici. Si parla dell’istituzione, a Napoli, di un Museo Carusiano e di un Museo della canzone Napoletana. Enrico Caruso nacque a Napoli, il 25 febbraio 1873 e vi morì il 2 agosto 1921.  I suoi genitori, Marcellino e Anna Baldini, si erano sposati il 21 agosto 1866 a Piedimonte d’Alife, Matese dal 1970, dove vivevano in condizioni economiche non buone e decisero di migrare a Napoli in cerca di maggiori opportunità lavorative. Qui Marcellino fu assunto, come meccanico, nelle officine Meuricroffe. Nell’ambiente di Napoli nacque Enrico, in via Santi Giovanni e Paolo, n. 7,  nel quartiere popolare detto di San Giovanniello, situato tra Piazza Ottocalli e Piazza Carlo III. A 10 anni Enrico iniziò il lavoro del padre in una fonderia di Napoli.  Dopo le scuole elementari, E. Caruso s’iscrisse ad una scuola serale per continuare, in qualche modo, gli studi. In questa scuola manifestò notevole interesse per il disegno, tanto da riuscire egregiamente nell’esecuzione di caricature dei più importanti personaggi del tempo. Famose sono le caricature di Toscanini, di Marconi e quella di se stesso. Oltre al lavoro di operaio meccanico, Enrico esercitava anche quello di disegnatore, alle dipendenze di vari datori di lavoro. Durante il lavoro, egli cantava per rallegrare i compagni. Ben presto fu chiaro a tutti quelli che lo ascoltavano che egli possedeva una voce che lo avrebbe condotto verso un’attività diversa: quella di cantante. Così cominciò a cantare nelle chiese, per prima nel coro dell’oratorio di don G. Bronzetti, nelle stazioni balneari, durante i concerti tenuti per festeggiamenti vari (serenate per innamorate, feste danzanti, onomastici). Egli cantava con voce spontanea, non ancora tecnicamente curata, impostata tra quella del tenore e quella del baritono, quando decise di andare a lezione di musica dal maestro Guglielmo Vergine di Napoli. Quanti cantanti napoletani sono di umili origini? La maggior parte, ricordo in Romania che sentivo cantarne alcuni nei bar e dai barbieri. Poiché E. Caruso non aveva sufficienti risorse economiche per pagare le lezioni, accettò la proposta del maestro Vergine di versargli il 25% degli incassi nelle recite che avrebbe tenute nei successivi 5 anni. Ma questa scelta si rivelò sbagliata, perché il maestro lo introdusse nel mondo della lirica, nella qualità di tenore, troppo presto. Così Enrico dovette soffrire la mortificazione di gravi insuccessi, in alcuni teatri di Napoli, specialmente al San Carlo. Enrico capì l’errore commesso e continuò gli studi, con più impegno e ferma volontà di riuscire, sotto la guida del maestro Vincenzo Lombardi. Soltanto nel 1895 cominciò la sua vera carriera di cantante. Fu il protagonista, a Napoli, di opere liriche molto popolari, quali: il Faust, la Cavalleria rusticana, il Rigoletto, La Traviata, la Gioconda. Dal 1897 si recò a cantare in altri importanti teatri italiani, tra cui anche al Teatro lirico di Milano, ove, nel 1898, si esibì nella prima assoluta di Fedora. Dopo l’Italia, Caruso andò a cantare in America del Sud, nel 1898, a Buenos Aires; poi, nel 1899 a San Pietroburgo. Dunque fu la Russia e l’America del Sud che spalancarono i propri teatri a Enrico Caruso. Per l’inverno 1898-99 egli fu il tenore della grande compagnia italiana per Pietroburgo e per Mosca, con la Tetrazzini e Battistini; la presenza del soprano spiega l’inclusione della donizettiana Maria di Rohan, accanto a Traviata, oltre a Bohème, Cavalleria e Pagliacci. Le quotazioni salivano: il contratto che l’impresaria Ferrari ha fatto firmare al C., prima di Fedora, per Buenos Aires, era di 12.000 lire al mese ed era già un affare per l’abile agente. Tra maggio e agosto, al Colón, il C. affrontava La regina di Saba di C. Goldmark, Yupanski di A. Berutti e infine Iris di P. Mascagni. Nel 1900 cantò alla Scala di Milano, nella Bohème di Puccini, diretta dal maestro Arturo Toscanini. Nel 1901 ebbe un insuccesso al San Carlo di Napoli, nella rappresentazione dell’Elisir d’Amore. Non fu compreso proprio nella sua città natale! (Nemo profeta in patria!). La delusione fu tale che egli giurò che non avrebbe più cantato a Napoli e si trasferì, nel 1903, negli Stati Uniti, a New York. Dal 1902 comincò ad incidere dischi e continuò fino al 1920. Dal 1903 al 1920 cantò al Metropolitan di New York, con grandissimo successo. Il suo debutto in questo teatro avvenne il 23 Novembre 1903, con il Rigoletto di G. Verdi. Sempre al Metropolitan di New York, cantò 607 volte in 37 opere diverse e in 18 stagioni liriche. Fu la Grande Mela, che lo accolse con grande entusiasmo, per circa 20 anni, fino ad un anno prima della morte, E. Caruso diffuse all’estero molte canzoni napoletane, tra le quali: Torna a Surriento, Maria Marì, Marechiaro, O sole mio; e alcune canzoni nuove, come: A vucchella, Pecchè?, Core ‘ngrato, Mamma mia che vò sapè. Delle seguenti opere liriche egli cantò alla prima assoluta: Adriana Lecouvreur, Fedora, La Fanciulla del West. Le migliori interpretazioni le realizzò per le opere: Pagliacci, L’Elisir d’amore, Aida, Carmen. Mantenne il giuramento di non cantare più a Napoli, ma vi ritornava spesso, perché richiamato dalla nostalgia dell’Italia e della sua città natale, dove volle essere sepolto. Nel 1920, fu costretto ad abbandonare la sua attività a causa di un ascesso polmonare, che gli procurava molte sofferenze. La grave malattia polmonare gli provocava, talvolta, emorragie durante la rappresentazione teatrale, ma egli continuava con coraggio fino al termine, senza chiedere alcuna interruzione; una sola volta dovette interrompere la rappresentazione, ma non subito, poiché riuscì a continuare, sanguinante, sino alla fine del primo atto. Nel 1921, si trasferì in Italia, a Sorrento. Ma si aggravò e fu trasportato a Napoli, in una stanza dell’Hotel Vesuvio, per cercare di salvarlo, ma la mattina del 2 agosto 1921, a 48 anni, morì nella stanza dell’Hotel, in quella stessa Napoli in cui era nato. Fu seppellito, sempre a Napoli, secondo la sua estrema volontà, in una cappella del Cimitero del Pianto, alla Doganella. Intanto i media partenopei davano la notizia: ”La tomba di Enrico Caruso, il famoso tenore napoletano, vanto del bel canto: italiano nel mondo, è in stato di incuria e di abbandono. Il tetto della cappella dove sono custodite le spoglie dell’interprete di “Core ‘Ngrato”, ospitata presso il Cimitero di Santa Maria del Pianto a Poggioreale, Napoli, nel cosiddetto “recinto degli uomini illustri”, dove “riposano” tra gli altri anche Totò, Scarpetta, Nino Taranto e Guglielmo Sanfelice, versa in un totale stato di abbandono e di incuria. La denuncia, attraverso le pagine de Il giornale di Napoli, arriva dall’Associazione Enrico Caruso, i cui rappresentanti si sono recati recentemente a rendere omaggio al tenore, in occasione del 90° anniversario dalla sua scomparsa. Sarà questa la fine di molti uomini illustri e non illustri sepolti nei cimiteri italiani, con il taglio delle risorse economiche ai Comuni?”Sotto al Matese e alla Doganella di Napoli i posteri ricordano un figlio del popolo meridionale che seppe esprimere nel canto la sua massima genialità, incompresa nella sua prima parte di vita. Le principali tappe canore di E. Caruso furono dal 1904 all’11, in America e in Europa: il 27 apr. 1904 il primo contatto con Parigi, al teatro Sarah Bernhardt, avvenne con Rigoletto, accanto a Lina Cavalieri; nella stagione 1904-1905, al Metropolitan, il debutto degli Ugonotti;nell’estate successiva, a Parigi, Fedora, con la Cavalieri (il clou della stagione da Sonzogno abilmente dedicata, alla “giovane scuola italiana”), e Butterfly a Londra; a New York, nella stagione 1905-1906, la Sonnambula, Marta, e, in prima oltre Oceano, Fedora, con una Cavalieri particolarmente ardente. Nel 1907, al debutto nell’Africana fecero seguito due prime pucciniane per l’America: ManonLescaut, ancora con la Cavalieri, e, curata dall’autore, Madama Butterfly, con Geraldine Farrar; a Londra, il 20 luglio, il C. affrontò l’Andrea Chénier. Nel febbraio del 1908, al Metropolitan fu per la prima volta Manrico nel Trovatore. Il debutto nel grande repertorio ebbe luogo al teatro Cimarosa di Caserta, nell’aprile 1895, con Cavalleria rusticana; seguirono Faust di C. Gounod e Camöens di P. Musone (10 lire a recita). A Napoli, in quell’anno e nel successivo il tenore alternò recite tra i teatri Bellini e Mercadante; fece anche le esperienze avventurose e faticosissime di trasferte lontane: al Cairo, subito dopo Caserta, con la medesima primadonna Emma Bianchini Cappelli; poi – nel ’96 – ancora dopo la riconferma a Caserta, in Sicilia. Al teatro di Salerno il E. Caruso fu scritturato per l’autunno 1896 e per il successivo: nel ’97, anzi, come tenore unico della compagnia, a 100 lire per 50 recite (oltre che come fidanzato – ma inadempiente – della figlia del direttore di quel teatro). Tra Napoli e Salerno il repertorio del C. si era arricchito sia di opere che vi resteranno sempre più gloriosamente, sia di caduche novità locali. È un repertorio che dalla vocalità veristica, da Puccini (Manon Lescaut), Mascagni (Cavalleria) e Leoncavallo (Pagliacci), si spinge, attraverso Ponchielli e i francesi (Bizet, Carmen; Gounod, Faust) fino a Verdi (Traviata e Rigoletto) e fino al Donizetti della Favorita e al Bellini dei Capuleti e Montecchi, ma anche dei Puritani. Si tratta di esperienze diversissime. Del grande ed illustre cantore, Enrico Caruso, resta memoria viva nell’ambiente globale, forse un po’ meno in quello locale come sotto il Matese campano? Nel 1996, Napoli gli ha intitolato l’Istituto Tecnico Commerciale, in via Arenaccia, 246, ossia nel quartiere dov’era nato. Nel 2002,per ricordare E.Caruso, la Civica Amministrazione di Piedimonte Matese ha posto una lapide sulla porta d’ingresso della casa abitata dai genitori. Nell’ambiente di Piedimonte d’Alife, la città d’origine dei suoi genitori, Enrico Caruso, tornava di sovente. Spesso i piedimontesi lo udivano anche cantare, di notte, al Mercato (piazza Roma), accompagnato da amici. Da pochi giorni i media del Sannio Alifano, informano di 90 mila euro in arrivo per festeggiare il primo secolo dalla morte di Enrico Caruso. Si parla da tempo dell’istituzione, a Napoli, di un Museo Carusiano e di un Museo della canzone Napoletana. Enrico Caruso nacque a Napoli, il 25 febbraio 1873 e vi morì il 2 agosto 1921.  I suoi genitori, Marcellino e Anna Baldini, si erano sposati il 21 agosto 1866 a Piedimonte d’Alife, Matese dal 1970, dove vivevano in condizioni economiche non buone e decisero di migrare a Napoli in cerca di maggiori opportunità lavorative. Qui Marcellino fu assunto, come meccanico, nelle officine Meuricroffe. Nell’ambiente di Napoli nacque Enrico, in via Santi Giovanni e Paolo, n. 7,  nel quartiere popolare detto di San Giovanniello, situato tra Piazza Ottocalli e Piazza Carlo III. A 10 anni Enrico iniziò il lavoro del padre in una fonderia di Napoli.  Dopo le scuole elementari, E. Caruso s’iscrisse ad una scuola serale per continuare, in qualche modo, gli studi. Durante il lavoro, egli cantava per rallegrare i compagni. Ben presto fu chiaro a tutti quelli che lo ascoltavano che egli possedeva una voce che lo avrebbe condotto verso un’attività diversa: quella di cantante. Così cominciò a cantare nelle chiese, per prima nel coro dell’oratorio di Padre Giuseppe Bronzetti, nelle stazioni balneari, durante i concerti tenuti per festeggiamenti vari (serenate per innamorate, feste danzanti, onomastici,…). Egli cantava con voce spontanea, non ancora tecnicamente curata, impostata tra quella del tenore e quella del baritono, quando decise di andare a lezione di musica dal maestro Guglielmo Vergine di Napoli. Poiché Enrico Caruso non aveva sufficienti risorse economiche per pagare le lezioni, accettò la proposta del maestro Vergine di versargli il 25% degli incassi nelle recite che avrebbe tenute nei successivi cinque anni. Ma questa scelta si rivelò sbagliata, perché il maestro lo introdusse nel mondo della lirica, nella qualità di tenore, troppo presto. Così Enrico dovette soffrire la mortificazione di gravi insuccessi, in alcuni teatri di Napoli, specialmente al San Carlo. Enrico capì l’errore commesso e continuò gli studi, con più impegno e ferma volontà di riuscire, sotto la guida del maestro Vincenzo Lombardi. Soltanto nel 1895 cominciò la sua vera carriera di cantante. Fu il protagonista, a Napoli, di opere liriche molto popolari, quali: il Faust, la Cavalleria rusticana, il Rigoletto, La Traviata, la Gioconda. Dal 1897 si recò a cantare in altri importanti teatri italiani, tra cui anche al Teatro lirico di Milano, ove, nel 1898, si esibì nella prima assoluta di Fedora. Dopo l’Italia, Caruso andò a cantare in America del Sud, nel 1898, a Buenos Aires; poi, nel 1899 a San Pietroburgo. Dunque fu la Russia e l’America del Sud che spalancarono i propri teatri a Enrico Caruso. Per l’inverno 1898-99 egli fu il tenore della grande compagnia italiana per Pietroburgo e per Mosca, con la Tetrazzini e Battistini; la presenza del soprano spiega l’inclusione della donizettiana Maria di Rohan, accanto a Traviata, oltre a Bohème, Cavalleria e Pagliacci. Le quotazioni salivano: il contratto che l’impresaria Ferrari ha fatto firmare al C., prima di Fedora, per Buenos Aires, era di 12.000 lire al mese ed era già un affare per l’abile agente. Tra maggio e agosto, al Colón, il C. affrontava La regina di Saba di C. Goldmark, Yupanski di A. Berutti e infine Iris di P. Mascagni. Nel 1900 cantò alla Scala di Milano, nella Bohème di Puccini, diretta dal maestro A. Toscanini. Nel 1901 ebbe un insuccesso al San Carlo di Napoli, nella rappresentazione dell’Elisir d’Amore. Non fu compreso proprio nella sua città natale! (Nemo profeta in patria!). La delusione fu tale che egli giurò che non avrebbe più cantato a Napoli e si trasferì, nel 1903, negli Stati Uniti, a New York. Dal 1902 cominciò ad incidere dischi e continuò fino al 1920. Dal 1903 al 1920 cantò al Metropolitan di New York, con grandissimo successo. Fu la Grande Mela, che lo accolse, per circa 20 anni, fino ad un anno prima della morte. E. Caruso diffuse all’estero molte canzoni napoletane, come: Torna a Surriento, Maria Marì, Marechiaro, O sole mio; e alcune canzoni nuove, come: A vucchella, Pecchè?, Core ‘ngrato, Mamma mia che vò sapè. Delle seguenti opere liriche egli cantò alla prima assoluta: A. Lecouvreur, Fedora, La Fanciulla del West. Le migliori interpretazioni le realizzò per le opere: Pagliacci, L’Elisir d’amore, Aida, Carmen. Mantenne il giuramento di non cantare più a Napoli, ma vi ritornava spesso, perché richiamato dalla nostalgia ”canaglia”. Nel 1915 interpretò Arturo Buklaw nella ripresa di Lucia di Lammermoor alla Salle Garnier del Théâtre du Casino di Montecarlo; in aprile, Canio nella ripresa di Pagliacci di R. Leoncavallo;  nel 1918 con Muzio, e Don Alvaro in La forza del destino, con Rosa Ponselle, figlia di emigrati da Caiazzo(CE).

Figlia dei caiatini, Bernardino e Maddalena Conte, Rosa Ponselle intraprese una breve carriera come cantante di musica leggera insieme alla sorella maggiore Carmela (1892-1977) e successivamente studiò canto con William Thorner. Debuttò come professionista al Metropolitan Opera House di New York il 15 novembre 1918 nel ruolo di Leonora ne La forza del destino di G. Verdi con E. Caruso  e G. De Luca. Cantò ininterrottamente nel teatro newyorchese (411 rappresentazioni al Met) e in concerti fino al 1937 anno del ritiro, e si esibì sporadicamente in Italia (Teatro Comunale di Firtenze neL 1933 nella prima rappresentazione di La Vestale (Spontini). Nel 1920, fu costretto ad abbandonare la sua attività a causa di un ascesso polmonare, che gli procurava molte sofferenze. Nel 1921, si trasferì in Italia, a Sorrento. Ma si aggravò e fu trasportato a Napoli, in una stanza dell’Hotel Vesuvio, per cercare di salvarlo, ma la mattina del 2 agosto 1921, a 48 anni, morì a Napoli. Fu seppellito, a Napoli secondo la sua estrema volontà, in una cappella del Cimitero del Pianto, alla Doganella. Sotto al Matese e alla Doganella di Napoli i posteri ricordano un figlio del popolo meridionale che seppe esprimere nel canto la sua massima genialità, forse incompresa nella sua prima parte di vita, ma non fu scritto a caso: ”nemo profeta in patria”.

 

 

 

 

Prof. Giuseppe Pace (studioso d’ambiente locale e globale)

 

 

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