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Saviano,Teatro Auditorium- XIV edizione: la Compagnia stabile del teatro Metropolitan “ Città di Sant’Anastasia” presenta “ Un turco napoletano”

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Saviano, 13 Dicembre  –  Grande consenso di pubblico per la prima opera proposta all’apertura della stagione teatrale: si tratta di “Un turco napoletano”, libero adattamento di Giacomo Rizzo dell’opera di Eduardo Scarpetta per la regia di Antonino Laudicina.

 Apre il sipario, in questa edizione, la Compagnia stabile del teatro Metropolitan “ Città di Sant’Anastasia”, la XIV edizione, Rassegna Festival Città di Saviano. L’iniziativa si deve al Comune di Saviano, Assessorato alla cultura – sport- Turismo – Teatro in collaborazione con l’Auditorium Teatro Saviano nell’ambito delle attività sociali. Il premio relativo alla Rassegna è dedicato a Carmine Mensorio, personaggio di rilievo, di primo piano, di origine savianese, della politica italiana di alcuni anni fa.  

Gli attori della compagnia, in questa occasione, hanno commemorato, con la proposizione di quest’opera, i 50 anni dalla scomparsa di Antonio de Curtis meglio conosciuto con il nome, indimenticabile, di Totò.  In platea la presenza del Sindaco di Saviano Carmine Sommese a far gli onori di casa; ha tenuto un breve discorso di benvenuto ai presenti,  oltre al consigliere Metropolitano, Francesco Iovino e l’Assessore Lucia Liguori del comune di Saviano. Appassionanti le musiche su delle note canzoni di Totò. Di grande impatto emotivo le  interpretazioni del protagonista, nel ruolo del turco napoletano, Antonio Merone.

Quest’ultimo noto attore di scuola Teatro Sannazaro di Napoli. “Un turco napoletano” è, nel caso specifico, stato presentato sotto forma teatrale, ma è anche un noto film del 1953 diretto da Mario Mattoli. Per la precisione lo spettacolo è un adattamento al grande schermo della farsa “Nu turco napulitano” datata 1888 di Eduardo Scarpetta; tra gli  interpreti del film, Totò nei panni del personaggio di Felice Sciosciammocca; maschera più che personaggio di altre opere scarpettiane.  Riguardo  il citato celebre film; in questo contesto, non poteva sfuggire, al pubblico, il paragone con l’illustre interpretazione cinematografica del principe Totò; sul palcoscenico savianese, una storia da raccontare forse in un nuovo contesto, in una nuova matrice culturale, in una nuova proposizione che spesso, per merito artistico, esula, a tratti, dai motivi cinematografici che hanno, inevitabilmente, tempi diversi e luoghi più ampi.

Un divario superato con una diversa strategia interpretativa e una nuova direzione di marcia. Emerge un caso, nella narrazione scenica, di una specie di conflitto generazionale, di come cambiano gli usi e consuetudini nelle diverse epoche; la vicenda, in un punto della narrazione, si sposta su di una spiaggia; i costumi da mare erano, per l’epoca, molto casti, più vestiti interi, seppur leggeri, che altro. Seducente  l’interpretazione della francese Colette, amante dell’onorevole “Coccobello”; ricorda decisamente l’autentica sciantosa parigina di inizio secolo novecento. Un personaggio tipico è quello della moglie paziente del coprotagonista Pasquale Catone.  Quest’ultimo ruolo è stato affidato a Carmine Beneduce; un  sospettosissimo, ansioso marito morso spesso dal demone della gelosia in maniera patologica oltre misura. Un personaggio simpatico è quella della cameriera di famiglia. Nel ruolo di  don Ignazio è marcata l’interpretazione, sulla scena, per mostrare fino a che punto si spinge e cosa potrebbe essere il peccato di  eccessivo risparmio. Per intenderci un personaggio tirchio nella sua essenza. In sintesi la trama: la storia si apre con un personaggio che vaga disorientato in scena: indossa abiti non proprio europei; è riconoscibile, forse per il suo tipico cappello, per un turco; che, a sipario ancora chiuso, è in viaggio per  Sorrento per un incarico.

Nel frattempo Felice Sciosciammocca  assieme ad un suo compagno di sventura lasciano il carcere con dubbie circostanze. I due incontrano proprio lo stravagante turco che chiede indicazioni. I due  lo confondono e lo mettono in condizioni di non proseguire il suo viaggio;  prendono il suo vestito per un fine illecito: agguantare per loro l’incarico con questa sorta di furto d’identità. L’obiettivo è  andare a Sorrento e assumerne il posto di responsabilità. Felice scopre che il turco avrebbe dovuto prestare servizio presso la bottega di don Pasquale Catone. Don Pasquale in effetti attendeva il turco che gli era stato promesso da un influente Onorevole che aveva inviato una lettera a Pasquale. In quella missiva si comunica all’uomo che il turco è un eunuco. Il protagonista, non comprende l’ovvio motivo per cui Pasquale è tanto disinteressato; accetta l’offerta e si fa ben gradire da tutte le conoscenze femminili e dalla serva Concetta che ha suo parere “serve” e non solo per le faccende domestiche.

Durante il suo impiego a casa Catone, riceve la visita, non di certo gradita, del fu compagno di galera che pretende di spartire l’eventuale stipendio.  È importante la simpatia o forse di più che nasce tra Lisetta, questo il nome della figlia di  don Pasquale Catone per il falso turco. Un situazione tenuta occultata poiché don Pasquale era stato costretto da false paure autoprodotte a prometterla in sposa a don Carluccio. Quest’ultimo è detto “Uomo di Ferro”; concetto  indicativo nel quale è l’unico a credere nella sua essenza; è in realtà prepotente e rozzo nei modi di porsi e di parlare; un classico guappo di cartone; è nipote di don Ignazio. Altro elemento determinante è l’arrivo dell’Onorevole e della improvvisata moglie; in realtà è l’amante, la nota ballerina francese.

 Alla fine la verità viene a galla; l’uomo protagonista della nostra storia non è il turco che era stato annunziato. Il politico però non può rivelare nulla a Catone perché la cosa lo comprometterebbe. La verità viene ugualmente svelata. Pasquale va su tutte le furie. Per di più, in quel momento, arriva anche Carluccio, interpretato e caratterizzato da Nello Nappi, giovane savianese che si sta distinguendo nel mondo dello spettacolo; cinematografico e teatrale con ripetuti consensi, che grida vendetta per l’oltraggio subìto da parte di Lisetta. Il prepotente viene ridotto a miti consigli dalla forza decisa e dirompente del falso turco. Nel piacevole caos scenico conclusivo compare il vero turco; è evidente uno è di troppo! La storia ha come epilogo Don Pasquale che è riconoscente, tutto sommato, con Felice per l’inaspettato e imprevedibile aiuto: ora Lisetta ha finalmente maggior libertà e la possibilità di sfuggire al crudele fato di un fidanzamento combinato! In altri termini di scegliere il suo destino. Su tale cambiamento irreversibile che il turco napoletano ha saputo positivamente apportare cala il sipario.

 

 

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