Il presidente della ricostruzione progressista: Fico e la nuova coalizione campana
Napoli, 24 Novembre – Nel 2005 erano in quaranta, stipati in una stanza di Mergellina, uniti più dall’urgenza civile che da un progetto politico compiuto. Da quel primo meetup degli “Amici di Beppe Grillo” sarebbe nato uno dei movimenti più dirompenti della storia recente italiana. Tra quei volti c’era anche Roberto Fico, napoletano di Posillipo, classe ’74, che oggi approda al vertice della Regione Campania con l’obiettivo dichiarato di ricostruire un campo progressista dopo il lungo ciclo deluchiano.
La vittoria di Fico non è soltanto l’affermazione di un candidato, ma il risultato di un’operazione politica complessa: ricomporre un’alleanza ampia, dal Partito Democratico al Movimento 5 Stelle fino alle liste civiche legate alla tradizione riformista locale. Una coalizione eterogenea, ma costruita attorno a un profilo ritenuto capace di dialogare con mondi diversi, dopo anni segnati da conflitti interni alla maggioranza e frizioni territoriali.
La parabola di Fico è una delle più atipiche nella politica campana. Laureato in Scienze della comunicazione a Trieste, con una tesi sulla musica neomelodica, muove i primi passi nel marketing prima di dedicarsi quasi interamente all’attività politica militante, quando il Movimento 5 Stelle valeva poche centinaia di voti. Si candida nel 2010 alla presidenza della Regione e un anno dopo alla guida del Comune di Napoli: tentativi quasi simbolici, ma che lo consacrano come uno dei volti organizzativi del nascente movimento.
Il salto arriva nel 2013, nel pieno del boom grillino: Fico entra alla Camera e si ritrova alla presidenza della Commissione di Vigilanza Rai, ruolo che gli permette di costruire un posizionamento riconoscibile, rigido sulla trasparenza del servizio pubblico e contrario alle logiche spartitorie tradizionali. Cinque anni dopo diventa presidente della Camera dei deputati, terza carica dello Stato, accompagnando l’istituzione nel momento più drammatico della pandemia e attraversando la stagione del governo gialloverde con posizioni spesso divergenti rispetto all’altro leader del M5S, Luigi Di Maio.
Fico ha mantenuto nel tempo un profilo coerente: favorevole al matrimonio egualitario, allo ius soli, critico verso le politiche securitarie e sostenitore di un welfare territoriale più forte. In Campania, dove la sanità pubblica resta uno dei nodi più sensibili insieme alla gestione dei rifiuti e dello sviluppo ambientale, il suo mandato parte con aspettative altissime.
La promessa è un cambio di passo nel rapporto tra istituzioni e territori: un approccio meno muscolare rispetto all’era De Luca e più aperto al dialogo con sindaci e amministrazioni locali. Resta da capire se la coalizione molto ampia che lo sostiene saprà reggere la pressione delle scelte più divisive, soprattutto in materia di sanità e infrastrutture.
La sfida elettorale 2025–2030 ha visto in corsa sei candidati e venti liste. Fico, sostenuto dall’intero campo centrosinistra-progressista e da più realtà civiche, ha superato il candidato del centrodestra Edmondo Cirielli, che aveva dalla sua l’intero fronte meloniano–berlusconiano–leghista. Sullo sfondo, i candidati minoritari hanno intercettato pezzi di elettorato scontento ma senza incidere sugli equilibri finali. La sua elezione segna un punto di discontinuità: non solo rispetto al deluchismo, ma anche rispetto all’immobilismo di una politica regionale che da anni alterna emergenze e promesse di rinascita. Fico eredita una Campania complessa, giovane e fragile, creativa e diseguale. La sfida ora è trasformare un progetto politico “largo” in un governo “coerente”.
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