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Pozzuoli, la cravatta tra diritto e tradizione

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Napoli, 18 Dicembre – L’articolo 27 della Costituzione Italiana enuncia, al comma terzo, che “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”. Ciononostante, i dati statistici degli ultimi dieci –se non quindici- anni pongono in risalto particolari a mio avviso preoccupanti, primo fra tutti il disastroso sovraffollamento delle carceri, che di fatto rendono difficile l’attuazione di qualsiasi iniziativa finalizzata al reinserimento del detenuto nella società.
Nella casa circondariale femminile di Pozzuoli, però, si è proceduto –per fortuna- contro corrente, giacché la direzione dell’istituto, su invito del Ministero della Giustizia, è riuscita a dar vita ad un progetto costituente, fuor di dubbio, un’occasione di riscatto per la produzione tessile del Mezzogiorno: un’ala del penitenziario è stata infatti adibita a laboratorio di sartoria in cui le donne ivi recluse confezionano cravatte “E. Marinella” in dotazione al Corpo di Polizia Penitenziaria e da utilizzare come cadeaux  istituzionali.

Oltre a valorizzare il lavoro all’interno delle carceri –come ha sottolineato il Guardasigilli Andrea Orlando durante la cerimonia inaugurale-, la produzione ed il confezionamento delle cravatte di Marinella costituisce una tradizione che dura da oltre un secolo: l’azienda Partenopea è nata nel 1914 in un grazioso di venti metri quadrati, sito in via Riviera di Chiaia, dove l’èlite della città era solita riunirsi ed acquistare camicie; i vari cambiamenti della moda indussero poi il signor Eugenio, fondatore del marchio, a mutar rotta, dal momento che i gentiluomini avevano iniziato ad apprezzare la pregiatissima seta Britannica. Ed è per ciò che la camicia ha finito col lasciare il posto alla produzione di un capo d’abbigliamento indossato tuttora, ossia la cravatta, che ha visto il suo acme in occasione del G7 tenutosi a Napoli 1994: gli organizzatori hanno infatti deciso di far dono ai capi di stato e/o di governo lì presenti una scatola contenente ben sei cravatte Marinella, facendo sì che la ditta acquisisse quella popolarità di cui gode tuttora. 

L’Italia, cari Lettori, sta attraversando un periodo di ripresa economica: m’auguro che le aziende del Bel Paese diano ai condannati un’opportunità di reinserimento nella società, offrendo loro lavoro e rispettando, al contempo, la dignità della loro persona. Soltanto così sarà possibile dare concreta attuazione al dettame della Carta Fondamentale.   

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