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LA FAMIGLIA QUALE UNICO AMMORTIZZATORE SOCIALE

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Napoli, 26 Novembre – Dove hanno fallito governi, parlamenti e summit internazionali, ha provveduto, ha rimediato la famiglia. L’unico, vero ammortizzatore sociale di questo Paese, che protegge, assiste e sussiste i nostri figli come uno scudo dai colpi della crisi economica globale e non. Ma quanto tempo ancora la famiglia avrà la capacità, la possibilità e la forza di poterlo fare?

È giusto, è normale, é equo questo “modello sociale”? Affidare alla famiglia un ruolo vicario rispetto alle politiche pubbliche significa ammettere che vi è una rete di protezione differenziata a seconda della famiglia d’origine. La famiglia, contestualmente, diventa anche e però una sorta di gabbia, di freno generazionale: la dipendenza dalla famiglia d’origine limita la capacità dei giovani di proseguire progetti di vita autonomi, la loro partecipazione economia e sociale, la loro propensione ad abbandonare la condizione di “figlio” e assumere il ruolo di genitore.

In breve, questo non è un Paese per giovani e, di fronte alla crisi, sono i padri ad aiutare i figli. Per effetto della crisi, il numero dei nuclei completamente privi di lavoro è, purtroppo, in continua crescita. All’aumento del numero di jobless households (famiglie senza lavoro) si affianca quello delle famiglie con un solo adulto occupato, mentre tende a ridursi il numero di quelle con almeno due adulti occupati. Gli effetti della crisi sul mercato del lavoro vengono parzialmente ammortizzati dalla famiglia. In tale contesto, inoltre, si ribadisce il fenomeno tristemente inedito di un Paese dove i figli non possono guardare a prospettive socio-economiche migliori rispetto a quelle dei genitori. La crisi colpisce prevalentemente i giovani che vivono in famiglia, mentre l’occupazione dei capofamiglia sembra mostrare segnali di maggiore tenuta.

Tali risultati riflettono non solo la maggiore incidenza dei contratti di tipo precario tra i giovani, ma anche un sistema di protezione del lavoro che favorisce chi ha contratti di lavoro più stabile, prevalentemente del settore industriale, e che di fatto risulta fortemente segmentato su base generazionale. E infine due tendenze che rappresentano ormai la cifra del nostro Paese: i ritardi del Sud e la diffusione del precariato. Nel Mezzogiorno l’indicatore delle famiglie a zero lavoro è superiore di dieci punti percentuali rispetto al Centro Nord: Ciò riflette anche le diverse strutture familiari tra le due aree. Nelle regioni meridionali è, infatti, significativamente inferiore la quota di famiglie con almeno due occupati e, pertanto, è maggiore la probabilità di diventare una jobless households.

E ancora, la caduta dell’occupazione riguarda prevalentemente i lavoratori atipici (contratti a termine e collaboratori) e si manifesta soprattutto attraverso una contrazione delle assunzioni piuttosto che in un aumento dei licenziamenti. Di conseguenza, ne risentono maggiormente i giovani che si affacciano sul mercato del lavoro in una situazione in cui la domanda è bruscamente crollata e quelli che erano occupati con contratti di lavoro atipici.

#NonCapiscoNullaDiNulla

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