Napoli, 29 Ottobre – Se n’è andato a ottant’anni James Senese, il sassofonista che più di ogni altro ha dato voce all’anima meticcia di Napoli. La sua musica — un vortice di jazz, funk e rabbia gentile — ha raccontato la città con le note che nascono dal sangue e dal mare. Era ricoverato da fine settembre all’ospedale Cardarelli per una grave infezione polmonare. L’annuncio della morte è arrivato da Enzo Avitabile, amico di una vita, che sui social ha scritto: «Non bastano parole per un dolore così grande, ma solo un grazie. Sei stato un esempio di musica e di vita. Per sempre».
Nato a Napoli il 6 gennaio 1945 da madre italiana e padre afroamericano, James Senese ha portato fin dall’inizio nella sua musica il senso di una doppia appartenenza. «Sono nato nero e napoletano — amava dire — due cose difficili da sopportare». Quella ferita d’identità, trasformata in energia creativa, diventa il cuore pulsante della sua arte: una fusione di jazz e radici popolari, dolore e ironia, spiritualità e strada.
La sua avventura comincia a Terzigno, nel 1961, con Gigi e i suoi Aster, insieme all’amico fraterno Mario Musella. Poi arrivano Vito Russo e i 4 Conny, e soprattutto The Showmen: la band che porta per la prima volta in Italia il soul e il rhythm & blues di Otis Redding e James Brown. Con “Un’ora sola ti vorrei”, nel 1968, conquista il Cantagiro e un pubblico che scopre in lui qualcosa di nuovo, di viscerale.
Dopo la fine del gruppo, nel 1972 fonda con Franco Del Prete gli Showmen 2, preludio alla svolta del 1974: nascono i Napoli Centrale. È lì che la sua musica diventa linguaggio politico e poetico insieme. Un jazz sanguigno e militante, che canta in dialetto e denuncia le ingiustizie del Sud. Tra i primi a seguirlo in quell’avventura c’è un giovanissimo Pino Daniele, allora bassista, destinato a diventare suo compagno di palco e di anima.
Con Pino, Senese forma un supergruppo destinato a entrare nella leggenda: Tullio De Piscopo, Rino Zurzolo, Joe Amoruso, Ernesto Vitolo. Insieme scrivono alcune delle pagine più luminose della musica napoletana. Tornano fianco a fianco anche anni dopo, nell’album Ricomincio da 30, a suggellare un’amicizia mai interrotta.
Dagli anni Ottanta in poi Senese intraprende un intenso percorso solista. Hey James — dedicato al padre americano mai conosciuto — e Zitte! Sta arrivanne ’o mammone sono dischi che fondono memoria, spiritualità e orgoglio partenopeo. Collaborano con lui artisti come Lucio Dalla, Enzo Gragnaniello e Raiz.
Nel 2011 riceve il Premio Armando Gill alla carriera, nel 2016 la Targa Tenco per ’O Sanghe, un album che ribadisce il suo legame con Franco Del Prete e con il dialetto come lingua dell’anima. «Il sangue è quello che ci tiene vivi — spiegava — ma è anche quello che ci sporca le mani quando restiamo in silenzio».
Nel 2018 festeggia cinquant’anni di carriera con un doppio live a Sorrento, e nel 2021 pubblica il suo ventunesimo album, James is back, presentato all’Auditorium Parco della Musica di Roma: un titolo che oggi suona come un commiato involontario, una dichiarazione d’amore alla musica che lo ha sempre riportato a sé.
Il suo sassofono ha attraversato anche il cinema, da No grazie, il caffè mi rende nervoso con Massimo Troisi, a Passione di John Turturro, fino a Una festa esagerata di Vincenzo Salemme. Con James Senese se ne va una voce irripetibile, ma resta la sua lezione: che la musica può essere verità, e che da Napoli — quella più profonda, più ruvida, più umana — può nascere un suono capace di parlare al mondo. Il suo sassofono ora tace, ma il suo respiro continua a vibrare nei vicoli, nei dischi, nei cuori di chi ha imparato ad ascoltarlo non solo con le orecchie, ma con l’anima.
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