Dopo 22 mesi di conflitto a Gaza cresce la protesta interna: famiglie, studenti e sindacati sfidano il governo Netanyahu. L’esecutivo: “Così si fa il gioco di Hamas”
Tel Aviv, 17 Agosto – È in corso un momento storico di grande tensione politica e sociale in Israele. Oltre un milione di persone, secondo le stime, si preparano a scendere nella Piazza degli ostaggi a Tel Aviv per chiedere la fine della guerra a Gaza e l’immediato rilascio degli ostaggi. Una protesta che si carica di simbolismo ed è alimentata da quasi due anni di sofferenze e perdite. Un appuntamento che arriva al culmine di una giornata di proteste diffuse in tutto il Paese, con strade e autostrade bloccate, scontri con la polizia e decine di arresti.
Secondo i dati ufficiali, sono 38 i fermati, 19 dei quali solo a Tel Aviv. In diverse località i manifestanti hanno incendiato pneumatici e paralizzato arterie fondamentali, come l’autostrada 16 che conduce a Gerusalemme. La polizia ha parlato di “misure severe” contro chi minaccia l’ordine pubblico, ma in serata ha confermato la riapertura dei collegamenti.
La mobilitazione di oggi non ha solo un carattere politico ma anche fortemente simbolico. A Tel Aviv si è presentato il presidente Isaac Herzog, che ha incontrato le famiglie degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas. “L’intero popolo vuole la loro liberazione – ha detto –. Agli ostaggi dico che non li dimentichiamo. Facciamo tutto il possibile per riportarli a casa e chiediamo alla comunità internazionale di esercitare pressione su Hamas”. Un gesto che mira a rafforzare il legame tra le istituzioni e la società civile, mentre il governo guidato da Benjamin Netanyahu sceglie invece lo scontro frontale con i manifestanti.
Per il premier e per i suoi ministri, le piazze non rappresentano la voce della nazione ma un pericolo per la sicurezza. Netanyahu ha accusato i manifestanti di “irrigidire la posizione di Hamas e ritardare il rilascio degli ostaggi”. Ha ribadito che Israele non porrà fine alla guerra senza “il disarmo della Striscia di Gaza e il controllo della sicurezza da parte dello Stato ebraico, condizioni che Hamas rifiuta di accettare”.
Dichiarazioni in linea con quelle del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che su X ha parlato di “una campagna dannosa che fa il gioco di Hamas”. Per il ministro della Sicurezza Itamar Ben Gvir, “questo sciopero rafforza Hamas e ritarda il ritorno dei rapiti”. Dura anche la ministra dei Trasporti Miri Regev, secondo cui “chi chiede oggi la fine della guerra trasforma la solidarietà con gli ostaggi in una campagna politica, danneggiando strade e infrastrutture”.
Alle accuse del governo ha risposto direttamente il Forum delle famiglie degli ostaggi e dei dispersi israeliani. In una nota, il gruppo ha accusato Netanyahu di non assumersi la responsabilità del fallimento: “Da 22 mesi i rapiti languono a Gaza, davanti ai vostri occhi. Invece di diffondere voci e diffamare le famiglie, riportateli a casa con un accordo e ponete fine alla guerra. Sono stati rapiti dalla terra di Israele sotto la tua responsabilità, Netanyahu. La responsabilità di riportarli a casa è tua”.
Le immagini delle proteste di oggi confermano una frattura sempre più profonda nella società israeliana. Da un lato le famiglie degli ostaggi, i sindacati, movimenti studenteschi e parte dell’opinione pubblica che chiedono un compromesso per salvare i prigionieri e fermare il conflitto. Dall’altro, un governo che insiste sulla prosecuzione della guerra fino al completo disarmo di Hamas e accusa i manifestanti di minare la sicurezza nazionale.
Il prezzo in vite umane a Gaza è gravissimo. Secondo il Ministero della Salute locale, le vittime superano oggi le 61.900 persone. Altre fonti aggiornate indicano una cifra superiore a 61.897 morti, tra cui moltissimi bambini e vittime per fame.
Stime indipendenti (Lancet e altri) suggeriscono un totale di vittime potenziale ben superiore: fino a 64.000–70.000 morti solo per traumi, senza contare quelli per fame o mancata assistenza medica. Più della metà delle vittime sono donne e bambini, riflettendo l’enorme impatto civile del conflitto.
Il contrasto tra voce pubblica e potere esecutivo è netto: i manifestanti, guidati da famiglie degli ostaggi, studenti e sindacati, chiedono un immediato cessate-il-fuoco e un accordo negoziato per salvare vite. Il governo di Netanyahu, sorretto da ministri dell’ultradestra, sostiene che solo la sconfitta totale di Hamas potrà garantire sicurezza. Il primo ministro ha escluso compromessi, rifiutando cessate-il-fuoco che non contemplino il disarmo completo di Gaza. La manifestazione di Tel Aviv – che si preannuncia come un momento di svolta – mostra come, dopo quasi due anni di combattimenti, la pressione interna stia diventando un fattore cruciale quanto quello militare e diplomatico. In gioco non c’è solo la sorte degli ostaggi, ma anche il futuro politico del Paese e la tenuta stessa del governo Netanyahu.
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