Cultura

Immagini metafore e ritualità dell’esistenza: la suggestiva arte fotografica di Teresa Capasso

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Somma Vesuviana, 26 Settembre – Sin dalle origini la fotografia si è prestata sia a documentare la realtà, sia a costruire sofisticate immagini simboliche, incentrate sulla ritualità dell’esistenza quotidiana. L’immagine appare dunque una sublime integrazione della realtà, talvolta anche insostituibile, in ogni caso una comunicazione figurativa che spesso si perde negli infiniti spazi dell’immaginazione.

Da sempre il linguaggio fotografico è uno degli strumenti principali della sua ricerca artistica, incentrata sull’affascinante racconto simbolico. Con il suo “ritrarre”, tende con assoluta armonia a creare immagini\metafore di una ritualità dell’esistenza che guidano lo spettatore in un processo cognitivo di riconoscimento di se.

Stiamo parlando di Teresa Capasso, artista, fotografa, social media manager, originaria di Somma Vesuviana, in particolare del borgo Casamale, antico centro storico della Somma delle origini, dove l’abbiamo incontrata, rilasciandoci una lunga ed articolata intervista.

Diplomata all’Accademia di Belle Arti di Napoli, ha vissuto per due anni a Londra collaborando con agenzie fotografiche locali. Ha insegnato fotografia e tiene ad oggi numerosi corsi incentrati sulla creatività e l’approccio alla lettura critica delle immagini. Si occupa attualmente della gestione della Galleria “O’ Vascio Room Gallery” insieme al Collettivo Summa, un gruppo di artisti e curatori, collabora con Scoa School of coaching di Milano. “Sigilli capitolo primo” è il suo ultimo interessante lavoro, che prende spunto dall’opera di Giordano Bruno. Una mostra fotografica,  in programma sabato 30 settembre alla Galleria “O’ Vascio Room Gallery”.

Cosa rappresenta per te il mezzo fotografico: un modo per fermare il tempo, una proiezione dell’anima, uno strumento di ricerca artistica?

<<Le definizioni che usi oltre ad essere particolarmente interessanti, credo che tutte e tre rappresentino a mio avviso la vera essenza della fotografia. In alcuni momenti la fotografia serve come puro strumento per fermare dei ricordi, dei momenti intimi, dei particolari che ci circondano. In realtà quando tendo ad esprimere qualcosa che ho interiormente, essa si trasforma in una osservazione un po’ più introspettiva… Insomma, la fotografa è per me una specie di finestrella sull’anima, ma anche una sorta di strumento per autoanalizzarmi, scoprire delle parti di me che non conosco. La fotografia è per me soprattutto, un mezzo, uno strumento, come potrebbe essere la pittura per un pittore, o la scultura per uno scultore>>.

Per rompere il ghiaccio, una definizione di te stessa come artista.

<<Partiamo col dire che prima dell’artista metto avanti a tutto la mia umanità. Sono una persona che si occupa di arte in generale. Oltre a produrre arte con il mezzo fotografico, cerco di promuovere anche l’arte prodotta da altri. Ed proprio ciò di cui mi sto occupando in quest’ultimo periodo, insieme ad un gruppo di Somma Vesuviana. Ci chiamiamo il “Collettivo Summa” e stiamo gestendo il luogo dove siamo adesso: “O’ Vascio Room Gallery” all’interno del centro storico del Casamale. In questo periodo della mia vita, dunque, oltre che della mia arte, mi occupo anche di quella di altri>>.

Fotografia di ritratto introspettiva, creatività e approccio alla lettura critica delle immagini. Un mondo affascinante, ma anche un rigoroso studio di formazione tecnica.

<<Mi occupo di fotografia da sempre. Il mio papà è un fotografo professionista, ed io ho avuto la fortuna di formarmi sulle sue macchine, fin da piccola. A dire il vero, devo confessarti che nella mia esperienza non ho mai avuto bisogno di un confronto con gruppi fotografici, o con altri professionisti, perché ovviamente ho sempre usate la fotografia come le forchette che sono nel cassetto di casa. Avevo le macchine fotografiche a portata di mano e quindi non ho dovuto fare nessuno sforzo per andare a cercarle e capire come funzionassero. Le avevo sotto gli occhi  e per me era pane quotidiano, sono diventate nel tempo strumento per creare, per esprimermi. Mi sono formata dunque e ho conosciuto dagli inizi, la fotografia analogica quando ero molto piccola, lavorando intensamente anche in camera oscura, imparando quindi la tecnica di base, provando allo stesso tempo un grande piacere e una profonda realizzazione intima. Ho scelto degli studi che combaciassero con questa grande passione: l’Istituto d’Arte, l’Accademia di Belle Arti e ho presentato una tesi in pittura e fotografia e storia dell’arte. Tutta la mia vita ha ruotato dunque intorno al mondo della fotografia. Dando quasi per scontata la tecnica, sono andata alla ricerca di contenuti che dessero valore a questa tecnica, soprattutto perché la fotografia senza un contenuto non serve praticamente a nulla>>.

Hai vissuto due anni a Londra collaborando con agenzie locali. Il tuo bagaglio di esperienze è molto vasto, nonostante la giovane età: proficue esperienze in Egitto, Serbia, Germania, Finlandia oltre che in Italia. Se dovessi dare un consiglio ad un giovane desideroso di intraprendere questo mestiere, cosa gli suggeriresti?

<<Sembra una cosa scontata, ma non lo è affatto: è necessario coltivare sempre il proprio talento. Non esistono persone che vanno avanti con la “fuffa”… E’ necessario dunque che si coltivi, se c’è, il talento. Sotto questo aspetto lo studio è fondamentale per alimentare la propria passione. A dire il vero, ho sempre creduto nel valore della formazione. Al di là dei titoli di studio istituzionali, sono sempre andata a cercare chi poteva insegnarmi quello che mi serviva per acquisire una competenza specifica. Anche per la lingua inglese è stato cosi. Ho vissuto appunto due anni a Londra non a caso. Ho terminato l’Accademia di Belle Arti che mi ha formato adeguatamente per affrontare poi una visione artistica. Nonostante tutto mi sentivo incompleta: da cittadina del mondo, sentivo che fosse imprescindibile l’uso dell’inglese. Ho preso dunque le valige e sono andata a Londra a studiare e per mantenermi facevo quello che sapevo fare: le fotografie. Ho lavorato dunque per diverse agenzie fotografiche che ovviamente non erano per niente interessate alla mia arte, e quindi mi spedivano a scattare foto nei vari club notturni….a dire il vero è stata un’esperienza  molto divertente! Studiando bene l’inglese è stato molto più facile avere contatti con tutte le realtà internazionali: workshop, mostre all’estero e tanto altro. Tutto ciò mi ha permesso di realizzare mostre internazionali stimolanti e formative. Portavo dunque il mio valore per arricchire le mie esperienze>>.

Fred Ritchin, docente alla New York University, attribuisce alla fotografia la capacità di anticipare gli eventi, ovvero la facoltà di mostrare le conseguenze di determinate azioni e fare in modo che le persone che osservano queste immagini, possano partecipare al cambiamento del mondo che le circonda. Credi davvero che la fotografia possa cambiare il mondo? Qual è il potere che attribuisci ad un’immagine fotografica?

<<Come spesso dico, non parlo quasi mai di fotografie o di immagini fotografiche…parlo invece di immagini in generale e di Arte in generale. Credo che questo potere che Ritchin attribuisce alla fotografia, sia una peculiarità dell’Arte. Ci credo fermamente, credo che l’Arte non solo possa cambiare il mondo ma possa innalzare le coscienze. Possa civilizzare, istruire, dare un’educazione. Credo dunque che l’Arte abbia questa enorme e straordinaria capacità. Lo vedo, lo sperimento continuamente con quello che faccio>>.

Hai la macchina fotografica in mano, sei pronta per scattare. Qual è la prima sensazione che ti invade l’anima?

<<Ho tanto rispetto e molta ammirazione per i fotografi che vedo sempre molto affaticati, indaffarati, che vanno alla ricerca dell’immagine perfetta, uscendo di casa con la loro macchina fotografica. A dire il vero, non è mai stato il mio modo di fare fotografia. Non sono una fotografa che scatta molte foto. Non so, ma diciamo che il più delle volte è un vero e proprio richiamo che la macchina fa a me. E’ come se all’improvviso squillasse il telefono e c’è quindi l’urgenza di rispondere…Non sono io dunque che la vado a cercare, ma è lei che mi suggerisce il momento giusto dello scatto. E’ quasi sempre prima un’idea che parte e poi subito dopo mi vado a cercare lo strumento. Il mio strumento principale è la macchina fotografica, ma uso anche altre cose come per esempio degli oggetti posizionati in una installazione>>.

Che tipo di rapporto cerchi di instaurare con le persone che vuoi ritrarre?

<<Devo dire che questa giustissima osservazione, frutto di un’esperienza concreta,  l’ho scoperta appunto sul campo. Non mi ero mai chiesta che tipo di rapporto instaurassi con le persone a cui chiedo di posare per me che sono davvero tante. Non mi sono mai chiesta che tipo di rapporto ci fosse quindi tra me e loro. A dire il vero, soprattutto poi nell’ultimo progetto della mia mostra  -“Sigilli  – capitolo primo” –  sono state le persone stesse a dirmelo. Le persone che ho ritratto, mi hanno rimandato le loro sensazioni. Ho preso coscienza, dunque di sperimentare un processo inconscio: le ho scelte per determinate caratteristiche che risuonavano in me. Volevo tirar fuori quella loro caratteristica che era comunque qualcosa esistente anche dentro di me. Per esempio, nella foto che ho fatto a mia madre il cui titolo è :”madre di me, madre”, la parte che mi interessava ritrarre era inconsciamente il fatto che lei fosse mamma, e io lo fossi a mia volta. L’ho ritratta dunque come nonna. Così anche per le altre fotografie, nei soggetti che ritraggo c’è una parte di me. Questo è in sintesi il rapporto che instauro con le persone: scavo al loro interno per trovare un pezzetto che risuona con  me>>.

Parliamo del tuo ultimo lavoro artistico: “Sigilli – capitolo primo”. Di cosa si tratta?

<<La parola Sigilli deriva dal libro di Giordano Bruno – il Sigillo dei Sigilli – che è stato una vera e propria ispirazione. Il libro contiene delle immagini grafiche, delle incisioni che Giordano Bruno ha fatto e una parte di testo dove in un certo senso è spiegato, in modo ermetico, la funzione di queste tavole. Non tanto la parte del testo ma in particolare le immagini hanno avuto su di me un effetto quasi ipnotico. Per tanto tempo non sono riuscita a guardare altro che queste immagini! Hanno quindi avuto un potere introspettivo molto profondo. Incapace di leggerne e decifrarne il vero significato, ne ho tratto una sorta di ispirazione. Ho preso coscienza che fotografando, ricercavo quel tipo di composizione. Mettere insieme dunque degli elementi che fossero dei simboli che per me formassero questi sigilli, avessero dunque una funzione mnemotica, mnemotecnica, come dice  Giordano Bruno. Avessero in definitiva la funzione di riportare alla memoria eventi che mi riguardassero>>.

Soffermiamoci sulla seduzione. Si ha quasi l’impressione che le tue fotografie siano in un certo sento molto sexy.

<<E’ questo un aspetto che mi fa sorridere. Quando la mattina mi guardo allo specchio non mi sento affatto così, probabilmente nelle immagini, quando ci ritraiamo, come accade spesso agli artisti che usano il proprio corpo per autoritrarsi, escono fuori delle caratteristiche o che vogliamo mostrare oppure che sono nascoste anche a noi stessi e che emergono prepotenti nelle fotografie. Mi sono resa conto che questa osservazione non è la prima volta che mi viene proposta, osservando i miei autoritratti o anche i ritratti di altre donne da me realizzati.  Tutti mi dicono che la mia non è una seduzione sfacciata, non si tratta mai di erotismo patinato, ma c’è sempre un filo, probabilmente anche erotico, molto sottile, nascosto, efficace più mentalmente che fisicamente. Lo riconosco, è così. Ammetto che questa è una parte di me ed è una parte che mi interessa anche tirare fuori. Andare dunque a vedere dove si nasconde la seduzione aldilà dei canoni classici>>.

Sei originaria di Somma Vesuviana, in particolare del borgo Casamale, antico centro storico della Somma delle origini. Simbiotico, viscerale sembra il rapporto che ti lega al borgo natio. Se e in che modo tale appartenenza ha influenzato la tua vena artistica?

<<Sono originaria di Somma ma non ho mai abitato al centro storico. I miei nonni invece hanno vissuto proprio sulla montagna. Sono dunque cresciuta qui e adesso, da adulta, ci abito stabilmente. In realtà avverto quasi una sensazione di ritorno. Sono dunque ritornata in questi luoghi dopo aver vissuto per circa otto anni a Scisciano. Mi sono occupata di tante cose, sono stata anche presidente di un’associazione culturale, ho cercato anche lì di dare un’impronta artistica e culturale al mio percorso. Non sono pienamente cosciente di questa influenza che il paese, le mie origini hanno su di me. Credo probabilmente di dare per scontata questa appartenenza, anche se avverto che non è circoscritta ai limitati confini del comune di Somma. Sento più che altro un’appartenenza a questa terra, al fatto di essere nata sulle pendici di un vulcano e quindi avverto sostanzialmente questo tipo di sensazione: non tanto la vicinanza con i miei compaesani che tra l’altro non conosco a fondo, ma il senso di appartenenza rispetto alla terra: mi sento vulcanica, sento che sono fatta dello stesso materiale delle pietre del Vesuvio. Sento scorrere il mio sangue come se fosse lava e il mio corpo come se fosse terreno oscuro, vulcanico>>.

Per concludere. Progetti per il futuro.

<<La mostra “Sigilli – capitolo primo” mi ha dato tante soddisfazioni. Grazie infatti a questa esposizione ho intrapreso una collaborazione che andava già avanti da qualche anno, con un’azienda, la Performant by Scoa. Insieme al display artistico Eccentric, hanno scelto alcune mie opere da inserire in un kit di facilitazione visiva per il business che verrà presentato al pubblico il prossimo 13 ottobre, all’interno della sezione Education della Biennale di Venezia. Sarò quindi a Venezia in quei giorni, per prendere parte a questo prestigioso evento dal titolo ”Sento dunque Posso”, in collaborazione con i-Am Foundation. Per chi fosse interessato tutti i dettagli sono suggeriti su www.flowknow.net>>.

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