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Attualità

Scisciano, Padre Antonio Perretta missionario al servizio degli ultimi

“Vivere è credere nell’amore. Possiamo e dobbiamo credere che l’amore è possibile e l’amore ci apre alla speranza”.

Scisciano, 5 ottobre 2016 – Il teologo argentino Victor Manuel Fernàndez nel suo ultimo libro parla dell’importanza dell’annuncio del vangelo e così definisce un missionario:”Qual è l’identikit di un autentico missionario? Una persona niente affatto perfetta, ma entusiasta si, perché vive nella certezza dell’amore di Dio, una persona che vive nella fiducia dell’amore di Dio e negli altri, un Dio che sa bene può, in ogni momento invocare con il nome di Padre”. Questa è senza dubbio la certezza in cui vive ed opera Padre Antonio Perretta da Scisciano, missionario della Comunità di Villaregia.

Giovane missionario di anni 44, Padre Antonio Perretta, una vita dedicata al servizio degli ultimi, di ritorno dal Mozambico per una breve visita nella sua terra d’origine, ci ha rilasciato questa interessante intervista.

 Nel 1991 hai lasciato la tua terra per rispondere alla chiamata missionaria nella Comunità di Villaregia alla quale appartieni. Prima di tutto, Padre Antonio, quando è sbocciato in te il seme della vocazione missionaria e cosa significa ai nostri giorni, essere missionari.

<<Il verbo “sbocciare” è proprio quello adatto per indicare il movimento, lento e progressivo, della chiamata di Dio che si “introduce” nel pensiero e nei sentimenti per orientare le decisioni fondamentali della vita. Fin dalla tenera età di sei anni, ho sentito il desiderio di ‘essere prete’, illuminato dal modesto e umile esempio di Padre Mariano Casoria, allora parroco di S. Martino, dei Servi di Maria, di veneranda memoria. All’età di 17 anni, conoscendo i Missionari della Comunità di Villaregia, il fuoco della missione è divampato nel mio cuore e non mi ha più lasciato.

Sono entrato tra i missionari di Villaregia a 19 anni, ho studiato poi a Padova la teologia, quindi a Roma la licenza in cristologia e poi ho iniziato il servizio missionario anche fuori Italia, prima in Costa d’Avorio e inseguito in Mozambico, dove mi trovo attualmente.

Per me “missione” nell’oggi in cui viviamo è prolungare l’abbraccio misericordioso di Dio Padre tra gli uomini, con particolare attenzione per gli ultimi, gli esclusi, gli impoveriti. Missione è incontrare il volto dell’altro e riconoscervi un fratello perché figli dello stesso Padre e membri dell’unica famiglia umana>>.

Da missionario della Comunità di Villaregia hai vissuto prima a Padova e poi a Roma. Sei un giovane sacerdote ma hai già maturato un’intensa esperienza in terra di missione: diversi anni vissuti nella Comunità di Abidjan in Costa D’Avorio e attualmente sei in Mozambico nella periferia di Maputo. Ci puoi raccontare brevemente la situazione economica, sociale e politica in queste due realtà dell’Africa?

<<Ho vissuto in Costa d’Avorio per quasi sette anni in un momento abbastanza critico della storia socio-politica di questo bellissimo paese dell’Africa Occidentale. Dopo circa 40 anni di pace – dagli anni ’60 al 1999 – la Costa d’Avorio ha vissuto un progressivo sviluppo sotto tutti i punti di vista. La situazione è poi precipitata, trascinando il paese in una spirale di violenza progressiva e crescente, sfociata in una guerra civile che, con alterni periodi di intensità, è finita nel 2011 con la deposizione dell’allora presidente Gbagbo e l’entrata in carica dell’attuale presidente Ouattarà. È registrabile una ripresa socio-politica chiaramente lenta perché le ferite della guerra e le lacerazioni dei rapporti sociali sono comunque ancora presenti.

Diversa è la situazione del Mozambico, fino a pochi anni fa uno degli ultimi paesi nella classifica dello sviluppo economico e sociale. Uscito dal peso della colonizzazione portoghese nel 1975, dopo sei anni di guerra di indipendenza, è finito in uno sanguinosa guerra civile durata 17 anni, con oltre un milione e mezzo di morti. L’accordo di pace, firmato il 4 ottobre del 1992 a Roma, tra la FRELIMO e RENAMO, ha ufficialmente posto fine alla guerra i cui spettri, concretamente, non si sono mai allontanati del tutto dal Mozambico e stanno riapparendo con forza negli ultimi tre anni. I venti di ostilità tra il governo e l’opposizione stanno soffiando con forza e nella zona centrale del Mozambico si combatte una guerra “non ufficiale” ma con molti morti. Inoltre una siccità che dura da quasi tre anni sta allargando lo spettro della fame su gran parte del sud del Paese e il blocco di erogazioni di aiuti del Fondo Monetario internazionale ha causato una inflazione che ha dimezzato il potere di acquisto della gente povera. Il dollaro e l’euro in due anni hanno duplicato il loro valore sulla moneta mozambicana (metical)>>.

In Mozambico sei quotidianamente a contatto con la drammatica situazione della realtà carceraria di Maputo. Ultimamente hai pensato di realizzare un percorso formativo e di riabilitazione nel carcere con il programma “Laboratorio della libertà”. Di cosa di tratta?

<<La situazione socio-politica di violenza crescente e di fame, la mancanza di lavoro e spesso di possibilità di studio nella fascia adolescenziale e giovanile, l’assenza di soluzioni concrete ai bisogni quotidiani della gente ha come effetto boomerang anche l’aumento della microcriminalità per la sopravvivenza.

La “Cadeia Central” (istituto penitenziario centrale) è il carcere più grande del Mozambico ed ospita attualmente più di 3000 detenuti di cui l’80% è sotto i 30 anni di età e più di 300 hanno tra i 15 ed i 21 anni. Le condizioni di sovraffollamento dell’istituto, la malnutrizione, la scarsa igiene e le difficoltà economiche causano seri problemi di riabilitazione personale e reinserimento sociale.

In questo contento sto animando, in collaborazione con la Pastorale Carceraria Arcidiocesana di Maputo, un programma di riabilitazione e reintegrazione integrale dei carcerati chiamato “Laboratorio della libertà” per circa 250 carcerati in quattro prigioni di Maputo e provincia. Esso si occupa di coordinare varie azioni a favore dei detenuti: accompagnamento spirituale di gruppo e personale, formazione umana integrale (attraverso la Scuola di vita e alcune tecniche di supporto psico-motorio) e apertura al mondo del lavoro attraverso officine di arte terapia con il riciclaggio.  A questo si aggiunge l’aiuto quotidiano per migliorare la sopravvivenza dei più poveri e malati nelle carceri attraverso la condivisione di generi alimentari, vestiti, infradito e medicine…>>.

Il primo step è dunque il percorso formativo e di riabilitazione ma il passo successivo è la “Casa della Misericordia”, un luogo di accoglienza e di permanenza di ex carcerati. Quali sono, gentile Padre Antonio, le finalità di questo progetto?

<<La “Casa della misericordia” è una fattoria dove gli ex detenuti o i detenuti che, per buon comportamento e crimini non gravi, possono usufruire di misure alternative al carcere, si inseriscono in un cammino basato sulla preghiera, il lavoro a contatto con la natura e nelle officine artigianali, lo studio (corsi professionali intensivi) e la vita comunitaria.

Il principio di sostenibilità pedagogica del progetto si basa sugli stessi ex carcerati: potremmo dunque dire che la “Casa della misericordia” è un progetto di vita e di reinserimento socio-familiare di “ex carcerati per ex carcerati, attraverso ex carcerati”. Esso prevede la permanenza degli ex detenuti nella casa per un periodo post carcerale che va da sei mesi a un anno durante il quale si auspica di terminare un accompagnamento globale e personalizzato per poter reinserire gli ex detenuti nel contesto socio-familiare>>. 

Ci ha incuriosito la storia di Fabio, un giovane di Maputo che ha seguito un cammino di riabilitazione e di reinserimento sociale con il programma “Laboratorio della libertà”. A quanto sembra, Fabio è a un passo dalla realizzazione definitiva nel mondo del lavoro. Un segno concreto di speranza in un futuro migliore?

<<Sì, certamente, quella di Fabio è una storia di speranza che apre la possibilità di un futuro migliore. Fabio era un pastore di mucche, orfano e abbandonato dalla famiglia. Nel carcere si è inserito nel programma “Laboratorio della libertà” e uscito dalla prigione l’ho iscritto nella scuola professionale per fabbro ferraio. Ora sta già lavorando e organizzando la sua vita, anche se non senza difficoltà, ma nella luce della speranza che rischiara nuovi orizzonti>>.

Per concludere, a proposito di speranza. Nell’attuale società del web, in cui regna sovrana la moderna tecnologia che secondo l’opinione di numerosi sociologi sta creando una cultura della distrazione e delle realtà virtuali, in cosa realmente l’uomo di oggi può credere e sperare?

<<In questa attuale situazione sociale del web, della globalizzazione… e della distrazione fra miriadi di informazioni e imput, dobbiamo credere nella vita. Siamo uomini e ciò che è “umano” ci deve riguardare, interpellare, stimolare.

Vivere è credere all’amore. Possiamo e dobbiamo credere che l’amore è possibile e l’amore, che possiamo chiamare solidarietà, sensibilità, condivisione, ci apre alla speranza. Io spero nella vita e nell’amore di Dio che motiva il mio amore per gli altri, in vista di una vita più umana per tutti gli uomini.

Crediamo nella vita, crediamo nell’amore… quello vero!>>.

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