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Perdere il lavoro a 40\50 anni e sentirsi zavorra…

Napoli, 24 Maggio – Si parla sempre e soltanto di disoccupazione giovanile, ma che fine fanno i lavoratori che perdono il posto a 40 o ancora peggio, a 50 anni?

Un dramma che purtroppo in Italia miete sempre più vittime e di cui nessuno si preoccupa.

Sono sempre di più (secondo il Censis +146% in 5 anni) le persone in età matura che devono ricollocarsi a causa di licenziamenti. Sembra che i lavoratori disoccupati che hanno superato i 40 in Italia sono oltre un milione e rappresentano circa la metà dei disoccupati totali. Ma l’aspetto più preoccupante è che di questo milione di lavoratori, oltre il 70% ha perso ogni speranza di ritrovare una occupazione, TROPPO VECCHI PER LAVORARE MA TROPPO GIOVANI PER LA PENSIONE.

Sempre più precoci e numerosi i licenziamenti dei lavoratori con esperienza, che faticano a ricollocarsi sul mercato professionale; un dramma che colpisce le famiglie, ma anche la produttività delle aziende e che, inoltre, favorisce lo sfruttamento giovanile.

Difficile chiamarli anche solo “maturi”. La fascia di coloro che perdono il lavoro dopo anni di carriera si estende, ormai rapidamente, a individui che non arrivano nemmeno ai 55 anni.

Le conseguenze che ne derivano sono a largo raggio sociale, con drammatiche ripercussioni sulle famiglie, non di rado alle prese ancora con figli piccoli e con prospettive future funeste.

Il 40enne, e ancora di più il 50enne, è esposto in maniera drammatica perché, spesso ha i figli ancora giovani, quindi li deve aiutare, ed è cerniera rispetto anche agli anziani genitori, che magari hanno bisogno di lui.

E, cosa drammatica, a livello legislativo nessuno se ne cura.

La problematica in Italia è “semi invisibile” considerato e sottovalutato con approssimazione emergenziale, men che meno provvisto di tutele.

Nei convegni, tutti, ci raccontano la FANTABALLA che occorre allungare l’età pensionabile perché il disequilibrio demografico fa esplodere la sostenibilità dei sistemi di previdenziali; salvo poi rendersi conto che le prime ad espellere i lavoratori maturi sono proprio le imprese, che vogliono TOGLIERSELI DI TORNO.

LE DINAMICHE?

Nelle aziende sotto i 15 dipendenti il lavoratore viene invitato ad andarsene, senza nessuna tutela, al massimo e non sempre con due, tre mesi di stipendio.

Nelle medie-grandi aziende fino a qualche anno fa c’era l’incentivo alle dimissioni, che veniva accettato perché la persona con grande professionalità era convinta che avrebbe trovato altro con grande facilità, salvo poi constatare che non era così.

Infine, si ricorre al mobbing, il sistema più pratico, più squallido e più disumano per aggirare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: tipica la minaccia di un trasferimento in zona lontana.

Uno dei fattori più sottaciuti è lo svecchiamento della forza lavoro con un ingente risparmio nel costo del lavoro; quindi, non solo si incamera manodopera mediamente più istruita anche se meno qualificata, ma soprattutto meno costosa, poiché si risparmia sul costo delle anzianità, nonché tipologie d’impiego più flessibili e inquadramenti inferiori.

Gli ostacoli alla ricollocazione sono barriere che non risparmiano nessuno. Le inserzioni continuano a citare limiti di età nonostante il divieto che ne fa la legge. Spesso questi lavoratori non arrivano neppure al colloquio, e quando ci arrivano si rivela puramente formale…per poi cadere in depressione e lasciare spazio a demoralizzazione e apatia.

Carente, se non inesistente, la formazione continua per costoro; i corsi messi in campo sono solo un business per chi li organizza in quanto generici, non mirati e inadeguati. Per non parlare delle agenzie del lavoro, completamente impreparate a dare risposte a questa fascia di disoccupati.

Non sarebbe molto più serio ed opportuno sfruttare il tempo di sospensione dal lavoro, dovuto ad esempio all’uso degli ammortizzatori, per fare una formazione coerente con la storia professionale?

Per pensare al futuro dei giovani occorre anzitutto rafforzare il presente, cioè i loro genitori…

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