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Palma Campania, lo scrittore Luigi Romolo Carrino finalista al Premio Letterario “Nebbia Gialla”

Palma Campania, 13 giugno – Luigi Romolo Carrino è arrivato in semifinale al premio Nebbia Gialla, festival del noir che si tiene a Suzzara. Classe 1968, laureato in Informatica, specializzato in Problem Solving e Ingegneria del Software, nel 2010 ha lasciato il suo lavoro di ingegnere per dedicarsi completamente alla scrittura. È autore di romanzi, racconti, poesie e testi teatrali, che lo hanno condotto ad un’affermazione in crescendo, ammirato o disdegnato per la sua scrittura possente, talvolta scomoda, ma sempre vibrante.

Carrino è scrittore consapevole della propria grandezza, ma al contempo persona schietta, diretta, leale. La sua semplicità lo porta a rapportarsi con il mondo con modestia, ma con uno sguardo che sprofonda là dove nessuno osa, là dove il cuore si ferma, e se ne appropria per comunicarci la verità. I personaggi delle sue opere entrano nella testa e nel respiro, appropriandosi del corpo, trasmettendo emozioni forti che prendono e di cui non si può più fare a meno. Nelle sue opere traspare, tra squarci chiari e oscuri, la sua vita, una realtà che sebbene realtà romanzata, denuncia verità tormentate. Non è facile rimanere impassibili davanti a quel bimbo di otto anni che sul gradino freddo di casa aspetta sua madre per dieci ore rifiutando di credere che non sia mai tornata.

Le emozioni sono altissime, straziano la vita, turbano la ragione, spingendola a cercare risposte che possano salvare il bambino rimasto nella camera ardente della sua infanzia. La penna di Carrino, tagliente come lama di coltello, conduce il lettore per mano, facendolo procedere sulle pagine a passi ora lenti, ora tremanti e veloci fino in fondo al libro, trascinandolo con il suo stile e la sua narrazione.

Fra le sue opere ricordiamo i romanzi Pozzoromolo (Meridiano Zero 2009, selezionato nel 2011 per il Premio Strega), Esercizi sulla madre (Perdisa Pop 2012, selezionato nel 2013 per il Premio Strega), che lui stesso ritiene i suoi migliori romanzi, nonostante siano state vendute un numero di copie inferiore rispetto alla trilogia che accomuna i romanzi Acqua Storta (Meridiano Zero, 2008), La buona legge di Mariasole (edizioni E/O, 2015), Alcuni avranno il mio perdono (edizioni E/O, 2017). E proprio per quest’ultimo romanzo il nostro Carrino è giunto in semifinale al premio Nebbia Gialla.

Come nasce l’opera letteraria Alcuni avranno il mio perdono?

«È la terza parte di un progetto partito con Acqua Storta, il mio primo romanzo del 2008. Da quel momento in poi, i personaggi di questa trilogia si sono evoluti (la seconda parte è La buona legge di Mariasole, uscito nel 2015), alcuni sono morti, altri sono cresciuti e reclamano il loro posto nel mondo dei clan camorristici. È una struggente storia d’amore, una sorta di Romeo e Giulietta in salsa partenopea, ma è solo un pretesto per raccontare meccanismi e sentimenti che muovono individui distanti dal nostro modo di vivere (per fortuna!). Questa trilogia (e non escludo ci possa essere una quarta parte) è una saga familiare e a me interessava raccontare soprattutto le trepidazioni e i dubbi, i sensi di colpa, l’aspetto materno e paterno, il dolore: elementi che abitano anche l’interno di un sistema criminoso, ma con caratteristiche del tutto differenti».

Ti aspettavi questo successo, cosa ti piace che arrivi al lettore?

«Più che di successo parlerei di un buon riscontro. C’è tanto cammino ancora da fare e spero di avere gambe adeguate per percorrerlo. Ho imparato, in questi ultimi dieci anni, ad avere più pazienza con la mia scrittura. Al di là del mestiere, cerco sempre un’ispirazione che soddisfi la mia urgenza di raccontare un personaggio, un carattere, una storia. Mi piacerebbe che il lettore capisse che io non lo prendo in giro, che quello che sta per leggere è colmo di rispetto per me e per lui. Metto in conto che non gli possa piacere quello che ho prodotto, ma di certo l’ho scritto con tutta la sincerità autorale che mi contraddistingue».

Ci parli di qualche progetto futuro, cosa leggeremo ancora di Carrino?

«Il mio prossimo progetto è un romanzo “bianco”, come si dice, e non ti dico il titolo per scaramanzia. Abbandono per questa volta il noir tout court per una storia ambientata sull’isola di Procida, tra il 1961 e il 1976. È un romanzo letterario in senso stretto, rappresenta il mio confronto con il romanzo novecentesco, quello della Morante e della Ortese, tanto per citare due capisaldi del mio gusto di lettore. È un romanzo che parla di Salvo, un ragazzino speciale con poteri empatici e telepatici, curativi, figlio di una donna che ha perso l’amore della sua vita e per questo non riesce a ‘vivere’ l’esistenza di suo figlio. In questo romanzo ci sono molti personaggi particolari, come Rosina la Janara e Ciccio l’ebreo, che accompagnano la vita solitaria di Salvo sull’isola. È un romanzo pieno di realismo magico e ci sto lavorando da qualche anno».

Una qualità per scrivere un libro di successo?

«Non c’è una ricetta sicura. Non c’è una qualità specifica. Il successo di un romanzo è un’alchimia singolare, non si ripete mai allo stesso modo e per gli stessi motivi. Credo fermamente che esista un tempo per tutto. Molti capolavori della letteratura, alla loro prima uscita sul mercato non hanno avuto grandi riscontri. Poi, sono stati riscoperti magari vent’anni dopo. Tuttavia, non dovrebbe essere “il successo” il motore che spinge a raccontare. Per quanto mi riguarda un autore, un autore vero, deve scrivere di quello che sa e si sente di scrivere, evitando di inseguire mode effimere dell’editoria o anche del gusto popolare. Molti dei contemporanei, oggi famosissimi, non lasceranno nulla alla letteratura. Tra trent’anni manco ci ricorderemo della loro esistenza. Non si dovrebbe mai trattare la scrittura, la letteratura, come prosciutti da stagionare o mortadelle da affettare. Purtroppo, spesso e volentieri non è così. E i primi colpevoli siamo noi autori».

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di Palma Campania. Insegnante. Ama il suo lavoro svisceratamente.
Scrive per diletto.

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