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Napoli, Teatro Augusteo: Peppe Barra con I cavalli di Monsignor Perrelli

Napoli, 10 NovembrePeppe Barra è stato sulle scene del Teatro Augusteo a Napoli con “I cavalli di Monsignor Perrelli”; una commedia con delle canzoni, quelle tipiche dei tempi che furono, tese a interrompere il ritmo scenico. Consenso di pubblico per l’evento.  Una proposizione dello stesso Peppe Barra e Lamberto Lambertini che ha curato la regia. Uno spettacolo che vede lavorare assieme Barra e Lamberto Lambertini, dopo tanti anni nuovamente, proponendo una lieta, originale opera con una rinnovata impostazione in scena. Uno stile comico ed elegante di quella commedia all’antica italiana. In scena un personaggio, interpretato da Patrizio Trampetti, Monsignor Perrelli; è esistito davvero stando alle cronache del tempo; in scena affiancano Beppe Barra, anche, nel ruolo dei genitori, Enrico Vicinanza e Luigi Bignone.

La storia di un uomo di chiesa  ai tempi dei Borboni ma anche un eccentrico uomo di scienza; una scienza molto personalizzata al limite del ridicolo; A Napoli ricordare di Monsignor Perrelli significa parlare di ottusità, stoltezza; è famosa la storia dei cavalli di Monsignore; quelle povere bestie morirono di fame proprio quando stavano abituandosi a vivere, secondo le sue convinzioni, di sola acqua. Appresa la notizia, la reazione di Monsignor Perrelli fu di assoluta sconforto e le sue parole a riguardo furono: “Che peccato… proprio adesso che si erano abituati!”. Una logica tutta personale e giustificata nella sua irrazionalità. La cornice storica è alquanto suggestiva; la scenografia ricorda tutto il sapore antico, nostalgico di una volta; un quadro di un nobile appartamento, dove vive il personaggio di Monsignor Perrelli insieme alla sua perpetua, che ricorda vagamente quella manzoniana, interpretata da Beppe Barra.  Si narra che il Re Ferdinando IV, per cominciare bene la sua giornata, chiedeva: “Cosa è uscito ieri dalla bocca del nostro Monsignore?”.

Monsignore non è il classico scontroso, è definito un bambino invecchiato. La sua rassegnata perpetua, sembra rimproverarlo ma è piena di gesti affettuosi e molte volte è spazientita e molte volte dice “basta” a quella vita e di volersi trovare un altro Monsignore; in realtà, sono solo parole! è un altro modo come un altro per dimostrare il suo affetto. La trama racconta gli ultimi giorni di Monsignore; la fine della sua vita. Sarà sostituito degnamente da un altro Monsignore e la trama ricomincia il suo nuovo corso. Non sono mancati i dialoghi con il pubblico in sala a sipario ormai chiuso tra un atto e l’altro. Una commedia del surreale se consideriamo il gusto onirico con il quale si apre il sipario: i genitori di Monsignore sono lì in scena. Un materializzarsi di una realtà che non è vera se non nei ricordi e che pur ha un filo logico degli avvenimenti narrati e che parte dall’anno zero di un essere umano; quello del protagonista. Secondo notizie storiche Filippo Maria Perrelli, nacque a Napoli nel 1771 da nobile e ricca famiglia, fu avviato nella carriera ecclesiastica.

La carica di Monsignore: il rettorato della Chiesa delle Crocelle al Chiatamone.  Le sue stranezze segnarono un’epoca in Napoli, costituì una mitica figura. Essi ispirarono anche un giornale umoristico di fine Ottocento. L’espressione, quasi un modo di dire: “Assomiglia ai cavalli del Monsignor Perrelli”, furono indicati tutti quelli che, in particolare per avarizia, si comportavano in modo anomalo. L’esperimento di far digiunare i suoi cavalli appariva follemente funzionare, tanto che il Monsignor sembrò addirittura vantarsene; sembra che furono sue parole: “Vivere senza mangiare? Io ho ben trovato il mezzo di vivere senza, ho fatto l’esperimento e ci sono riuscito! ”. Ovviamente, nella logica più schiacciante,  dopo poco i cavalli perirono!  L’aneddoto è riportato da un filosofo, esponente del neoidealismo, scrittore come  Benedetto Croce e poi, in diverse circostanze, da molti altri narratori.

 

Antonio Romano

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