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Politica

L’eredità della sciagura Renzi, l’unico obiettivo è la legge elettorale

Napoli, 13 Dic. – Si scrive Governo Gentiloni, si legge Governo Renzi bis: un solo cambio, poi tutti confermati. La conferma più clamorosa è quella di Maria Elena Boschi, ministro per le riforme costituzionali del governo Renzi: addirittura promossa a sottosegretario di Stato, proprio lei che è andata all-in sulla riforma costituzionale, perdendo su tutti i fronti. Ora, in qualsiasi azienda con una minima credibilità, un dirigente che non raggiunge i suoi obiettivi è costretto a vedere la promozione direttamente dal binocolo: lo Stato non è un’azienda come le altre, ma dovrebbe funzionare, più o meno, come un’azienda. La Boschi non solo ha perso sulla riforma, ma è passata ad essere il n°2 della Presidenza del Consiglio. Non male, ma siamo in Italia e questo è il concetto di meritocrazia che passa.

Fatta questa breve premessa, bisogna tornare a tutto quello che è successo prima, per capire come si è arrivati a questo punto, ovvero a un governo fotocopia che risponde al principio “cambiando l’ordine degli addendi, la somma non cambia”. Data la premessa, è facile trarre la conclusione. Ma come siamo arrivati a questo punto? Grazie alla proverbiale incapacità che la sinistra italiana ha dimostrato di avere, negli ultimi 20 anni.

L’apice è stato raggiunto con Renzi, che negli ultimi 8 mesi ha sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare sul referendum. La promessa delle dimissioni in caso di sconfitta del Sì è stata la ciliegina sulla torta. Perché? Perché ha trasformato la riforma costituzionale in un atto di indirizzo politico, facendone un atto di parte; ha dato vita a una campagna elettorale che, invece di unire, ha diviso gli italiani ancora di più; ha personalizzato la modifica alla Carta Costituzionale, tanto da esporsi in prima persona come per qualsiasi atto in cui il Presidente del Consiglio dirige la politica nazionale; ha preso in mano un Paese in condizioni disastrose e lo ha spaccato ancora di più. Ed è questo l’errore di fondo che ha permesso di arrivare all’ennesimo governo, perché la successione Letta-Renzi non bastava ai politici italiani. Il grossolano errore di Renzi è stato quello di aprire una crisi politica quando non esistevano le premesse, quando non era stato sfiduciato in Parlamento: ma ha preferito le dimissioni, per dare séguito a un disegno che, seppur coerente, ha fatto sì che l’ex Primo Ministro sbagliasse due volte: quando ha lanciato il suo “mi dimetto”, e quando ha rispettato la decisione. Perché il voto sul referendum era il voto sulla Costituzione, e non sull’operato del governo, non su un atto di indirizzo: la campagna elettorale lo ha trasformato in un atto di parte, ed ecco le conseguenze.

E avrebbero dovuto saperlo bene, visto che la nostra Costituzione ci dice che siamo in un sistema parlamentare, nel quale il Governo ottiene la fiducia dal Parlamento. Da più parti si è detto che Renzi ha pronunciato un discorso da grade statista, che è stato l’unico a mantenere la promessa: questo è il ritratto dell’Italia, un paese in cui si fa passere per straordinario un atto dovuto come le dimissioni, e si osserva in modo impassibile la nascita di un nuovo governo, la cui causa è una crisi politica aperta per le manie megalomani di una sola persona.

Questo ci dà la dimensione esatta di quanto siamo lontani dalla normalità, noi italiani, e di quanto sia distante la politica dagli stessi italiani: perché in un momento di così grande incertezza, l’unica cosa da fare è unire le forze per approvare una benedetta legge elettorale che sia decente, senza perdersi in quella dottrina che fa dei sistemi elettorali esteri un modello da seguire, ma che in realtà rappresentano una vera e propria chimera, difficile da replicare nel nostro contesto costituzionale. La distanza dei politicanti dagli italiani è il frutto di una serie di fattori, il più evidente è la mancanza di quel meccanismo che traduca la volontà dei rappresentati in decisioni dei rappresentanti, un meccanismo che assicuri la giusta proiezione del pensiero degli italiani nelle stanze in cui quel pensiero si traduce in decisioni: il meccanismo che permette alla nozione di rappresentanza la sua traduzione nella vita reale. E questo meccanismo si chiama, senza dubbio, legge elettorale.



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