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ITALIE: unione comune delle autonomie

Napoli, 5 Luglio – È ovvio e scontato che chi vive nelle Periferie degradate, in condizioni socio-economiche precarie e vede arrivare il migrante, sa di trovarsi di fronte una disperazione maggiore della propria. Quando poi l’istituzione, lo Stato che deve garantire le regole sociali usa, strumentalizza e cavalca questa frustrazione e si rinchiude nelle stanze della corruzione, allora è piuttosto semplice avercela sia con lo Stato che con l’Estraneo…che sfocia in “rabbismo” e razzismo. Siamo alla fine degli Stati Nazionali, in una situazione confusa ed incontrollabile, in un momento storico in cui il processo di globalizzazione dell’economia e del nuovo feudalesimo finanziario la fanno da padrone. Eppure la politica si muove in nome del Popolo e della Nazione anche se il richiamo al Popolo è però improprio.

Non è populismo, è follismo, non è il popolo, ma la folla. Il follower dei social è l’espressione individuale della folla digitale. E tra folla e follia il rimando è diretto, si corrispondono sul piano individuale e quello sociale. È questo che preoccupa, la deriva di ogni valore e di ogni regola di rispetto del proprio starsi accanto. Il nazionalismo non c’entra, se poi l’ordine del giorno prevede le autonomie differenziate delle regioni non è certo per confini culturali e geografici: i confini sono economici. La cultura, la tradizione, i valori, la comunità non c’entrano. Al conflitto delle classi sociali si rischia di sostituire quello delle classi territoriali. Meno che mai c’entrano le ideologie, sinistra, destra, centro, su e giù nulla più c’entrano…le posizioni adesso sono tra chi è a difesa dell’Umanità e chi è a difesa dell’Individualità. Sartre sosteneva che: «nulla può essere bene per noi senza esserlo di tutti», l’esistenza di ognuno verso l’impegno politico di comunità. Bisogna uscire dalla logica del fare, tutti fanno tanto per o almeno ci provano, qui c’è da maturare e far proprio il verbo “COMPIERE”, quindi fare fino a compiere. Da una parte l’impegno sociale, dall’altra l’abbandono.

L’espressione “umanitario” è stata cancellata dalle ragioni dell’ospitalità dal Decreto Sicurezza ma è, allo stesso tempo, rivendicata dall’esigenza del diritto di umanità. Il fenomeno della migrazione è epocale. Siamo in epoca post colonialista: se prima si colonizzava l’Africa occupandone le terre, adesso parrebbe che si colonizzano gli africani lasciando disoccupate le terre. Un po’ come è accaduto per l’Unità d’Italia quando l’occupazione del Paese ha significato la colonizzazione delle persone e non delle terre, privilegiando l’occupazione delle fabbriche del Nord e non l’occupazione dei territori nel senso di dare opportunità di progresso locale. L’Umanismo non basta così come non vale il “rabbismo” a difesa dei confini economici di chi sta meglio avversi a chi sta peggio. La rabbia si traveste in razza e crea conflitti e confini dove non ci sono. La Nazione, la Patria, la Religione, non c’entrano se non come depistaggio. I confini sono economici. Chi non si dispiace non può fare politica, perché non procura gioia dove c’è disperazione. La politica è la manutenzione dei legami sociali. Quando si crea rabbia e divisione si alterano le emozioni e si diventa ancora più soli, reclusi sullo schermo di casa con le mani legati alla tastiera del tablet. Si aggredisce, non si parla. Si guarda, non si vede. Intanto cresce il divario e le Italie sono tante, divise, differenziate.

L’umanismo allora non basta se non diventa politica sociale di comunità differenti, se non si attiva un piano economico che muove verso l’occupazione dei luoghi, che faccia di ognuno un luogotenente del proprio sviluppo territoriale. ITALIE allora in una prospettiva comunitaria. L’accoglienza diventa un valore quando partecipazione della memoria, quando si ospita nel racconto dei luoghi chi viene per cercare un nuovo mondo e quando non ci si sente stranieri ed estranei a casa propria, perché è questo che sta accadendo ci si sente messi al confine della memoria e dai luoghi che si abitano. Non è accoglienza rinchiudere chi viene per mare in campi profughi, lasciandoli per strada e lucrando sulla loro disperazione. L’umanità è il diritto alla dignità. Manca a chi qui abita e a chi qui viene. Ci sono intere cittadine disabitate, interi paesini dismessi. Bisogna farsi luogotenenti dove si è disoccupati per mancanza di lavoro invocato e negato. L’occupazione non è il posto in fabbrica se quartieri e rioni restano disoccupati. C’è un’economia di comunità, del paesaggio, della memoria, dell’abitare…la divisione del lavoro è la condivisione dei luoghi. Bisogna tenerli insieme.

La politica è la manutenzione dei legami sociali, perché nessuno è libero da solo, perché la libertà è fatta di legami. Bisogna ritrovare legami e sentimenti. “ITALIE” come espressione politica, denominatore plurale di una prospettiva comunitaria. #ITALIE è la proposta che riunisce sul piano della Costituzione la ricchezza delle differenze delle tante comunità che si rispettano in un’allenza regionale, l’unione comune delle autonomie per essere luogotenenti del paese non come guardie di confine, muri e nemici, ma come salvaguardia di vita per il benessere di ognuno e la felicità di tutti.

La sfida adesso è questa, l’unione sociale delle autonomie perché sia più esplicita l’espressione comunitaria della politica dei legami.

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