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La Giustizia e i reati fiscali.

Presidente Associazione Nazionale Magistrati
La verità nuda e cruda sul perché l’Italia è un Paese ancora pieno di corrotti, di evasori, di collusi con la mafia, la dice Piercamillo Davigo, ex pm di Mani pulite a Milano e giudice in Cassazione. “Si è fatto ciò che non si doveva fare. Centrodestra e centrosinistra hanno reso più difficile scoprire la corruzione e hanno reso più facile il trucco dei bilanci e la costituzione dei fondi neri”.
Davigo ha parlato martedì 17 a un convegno a Roma dell’Associazione nazionale magistrati. Allo stesso tavolo si sono ritrovati chi persegue la criminalità economica, come il procuratore aggiunto Francesco Greco e chi la mafia, come il procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone (in pole position per guidare la procura di Roma) e il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso.
Tutti, a cominciare dal presidente dell’Anm, Luca Palamara e dal segretario, Giuseppe Cascini, chiedono l’introduzione di reati come l’autoriciclaggio, la corruzione privata, il traffico “di influenza”; tempi di prescrizione più lunghi per i reati economici, la riscrittura del ddl anti corruzione, ora un “testo inutile” che giace alla Camera. È questa la sfida, di fatto, che viene lanciata dal convegno dell’Anm al ministro della Giustizia, Paola Severino, assente per gli impegni in Parlamento.
Greco, capo del dipartimento reati finanziari di Milano ed ex pm di Mani pulite, mette in dubbio l’elenco di priorità del governo: “Chi contribuisce maggiormente alla crescita zero di questo Paese – è la domanda retorica che si pone – il tassista o l’evasore fiscale? C’è un aumento smisurato di reati economici, causa principale della crescita zero dell’Italia”.
Il magistrato denuncia che il 90 % dei reati fiscali va in prescrizione e come Davigo, dice che “non esistono mezzi seri per combattere la criminalità economica. La prescrizione scatta dopo 7 anni e mezzo. Se scopriamo dopo 5 anni una corruzione anche di 100 milioni di euro, non riusciamo a ottenere una sentenza definitiva perché in soli due anni e mezzo dobbiamo trovare le prove e andare a processo con 3 gradi di giudizio”.
Dalla denuncia alla proposta: “Da 20 anni gli organismi internazionali ci dicono cosa fare e non lo facciamo”. L’elenco è significativo di quanto è successo nell’era berlusconiana inframezzata da due governi di centrosinistra. “Ci chiedono – ricorda Greco – trasparenza contabile, invece abbiamo depenalizzato il falso in bilancio. Ci chiedono trasparenza dei flussi finanziari, invece non abbiamo introdotto il reato di autoriciclaggio. Ci chiedono tempi più lunghi per perseguire la corruzione e le frodi fiscali e invece abbiamo varato la ex Cirielli che ha dimezzato la prescrizione. Ci chiedono strutture di coordinamento e invece abbiamo decine di organismi, spesso litigiosi fra loro”.
Secondo Greco ci vorrebbe un Autorithy “veramente indipendente in materia di riciclaggio, evasione e frode fiscale”. Il procuratore aggiunto si schiera anche contro un accordo con la Svizzera (raggiunto da Germania e Gran Bretagna) per recuperare i capitali italiani trasferiti illecitamente: “Sarebbe una forma di condono. Bisogna adottare degli strumenti legislativi interni per recuperare quel denaro”. A proposito di nuovi poteri di indagine, Greco vorrebbe un controllo sulle agenzie internazionali di rating “che vivono in una sorta di free zone”.
Va giù pesante anche Grasso. Ricorda alcune cifre che messe una dietro l’altra, sono impressionanti. Evasione fiscale: 120 miliardi; fatturato dell’industria del riciclaggio: 150 miliardi, pari al 10 % del Pil annuo dell’Italia; corruzione: 60 miliardi. Il procuratore nazionale ha parlato anche del “partito degli evasori, nato perché la ricerca del consenso politico si è attuata attraverso agevolazioni e privilegi, scudi fiscali e condoni”.
Il procuratore Pignatone, d’accordo sulle proposte di riforma avanzate dai suoi colleghi, ricorda anche la storia fallimentare della legge degli anni ’90, che ha concesso alle banche il potere istruttorio per la concessione di finanziamenti europei alle imprese: “Spesso i contributi, per esempio in Calabria, finiscono alla ‘ndrangheta”.
Al convegno di avantieri c’è stata anche una tavola rotonda con il ministro Filippo Patroni Griffi e il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, che però non ha alcuna responsabilità nella vendita al ministro, a prezzo stracciato, della casa con vista Colosseo. Tra i componenti dell’Anm c’è chi era sicuro che Patroni Griffi non si sarebbe presentato e ufficiosamente ci dice che gli ospiti sono stati decisi prima che il Fatto rivelasse la storia del fortunato inquilino dell’Inps diventato ministro.

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