Gestione pubblica dell'acqua, un bene o un male!
Il binomio Stato interventista–benessere della collettività ha rappresentato per molti anni una suggestione invincibile agli occhi della politica e della scienza politica. Solamente in anni a noi più vicini è prevalsa l’idea opposta: che cioè troppo Stato fosse nocivo, perché non più capace di produrre efficienza, e dunque andasse ridimensionato. Ecco allora le privatizzazioni e le partnerships pubblico-privato che nel caso dell’acqua è nata con la famosa Legge Galli nel 1993.
Sotto il profilo giuridico, la storia parte da lontano e più precisamente da quando, sotto il governo Giolitti, venne approvata la legge nazionale per la municipalizzazione degli acquedotti, nel 1903. Novantuno anni dopo, a fronte delle gravi inefficienze del modello di gestione pubblica, la legge Galli (n. 36 del 5 gennaio 1994) vera madre della legge Ronchi, ha ristrutturato il modello di gestione della risorsa idrica, tenendo fermo l’impianto pubblicistico, ma aprendo al privato.
La legge Galli dice espressamente che l’acqua è gestita dai Comuni e dalle Province le quali possono delegarla a un soggetto che sia partecipato nella propria maggioranza da un ente pubblico. Bhe nel lontano 1993 voto’ contro alla legge galli il PRC ed il MSI, anche se per motivi diversi. Mentre, PPI e PDS ed altri Partiti di Centro e Sinistra compresi i Verdi furono favorevoli.
Negli ultimi anni il centro sinistra ha cambiato opinione? Male! Hanno deciso di votare si ai referendum solo per non entrare in contraddizione con il loro elettorato e/o per sfruttare i referendum sull’acqua per mettere in difficoltà il governo in carica? Hanno, coma già fa Bersani, votato si ma ora dicono che è stato sventato l’obbligo a privatizzare e che gli enti locali possono, se lo vogliono, privatizzare? Bene!
Nessun santone televisivo o giornalista si è preso la briga di rileggere quel dibattito. Anche solo per dare conto di chi fu favorevole e chi contrario alla privatizzazione. Così, giusto per amore di verità e per informare, invito chi lo volesse fare a rileggersi alcuni degli interventi che ignorarono totalmente la questione della privatizzazione. L’intervento di Valerio Calzolaio a nome del PDS (oggi SEL) di cui pubblico subito un piccolo passo - “Così, alla pubblicità delle risorse, delle priorità e dei criteri di utilizzo, può corrispondere anche la privatizzazione di questa o quella gestione. Noi non abbiamo timori: le gestioni pubbliche possono e debbono riconquistarsi sul campo la riconferma di un ruolo. Occorre garantire al cittadino, un servizio efficiente e a basso prezzo, non sostenere ad ogni costo che il servizio lo deve dare lo Stato.”
Lo stenografico delle dichiarazioni di voto finali lo si può leggere integralmente qui, dalla pagina 18588 in poi: Stenografico Camera
Negli anni si è tentato di migliorare la qualità del servizio pubblico assoggettandolo alle logiche del settore privato, poi si è investito su modelli ibridi che coniugassero la qualità del privato con il garantismo del pubblico.
La rincorsa al ridimensionamento degli apparati pubblici non è affatto terminata. Gli esempi sono tanti. Quando, con la globalizzazione, gli Stati hanno delegato le organizzazioni sopranazionali della gestione di settori importanti (il commercio, la finanza, la sicurezza, l’ambiente), in molti hanno celebrato il tramonto dello Stato-nazione, auspicando una nuova contrazione nella crescita degli apparati governativi. Il Premier inglese Cameron oggi ipotizza una Big Society in grado di scalzare l’amministrazione, assecondando la crescita del terzo settore (la società civile) e facendo dei cittadini gli amministratori di sé stessi.
È anche per questo motivo che le strumentalizzazioni sull’acqua, appaiono, se non immotivate, quantomeno illogiche. Chi si oppone alla privatizzazione della gestione dei servizi idrici ignorano, o fingono di ignorare, i fatti. La gestione pubblica delle risorse idriche in Italia è altamente disfunzionale, preda di apparati pubblici incapaci di garantire l’allocazione efficiente delle risorse. Spostare l’oggetto del quesito dalla gestione del bene al bene stesso rappresenta un’operazione demagogica e fuorviante, che non prova a risolvere ma, al contrario, nasconde il problema. Come anche lo nasconde la proposta di governo di creare una nuova autorità garante. Sia chiaro: non che le authorities rappresentino un modello d’amministrazione sbagliato in sé. Tutt’altro. Né, del resto, si sostiene che le risorse idriche non possano beneficiare di una regolazione indipendente (com’è accaduto per l’energia e il gas). La proposta governativa è però inopportuna, perché delegittima implicitamente il pubblico, spostando il baricentro decisionale dal pubblico al privato.
Questo il clima. Non mi stupisco, allora, che l’acqua gestione pubblica bene comune producesse un risultato che, come lo Stato esorbitante di Leroy-Beaulieu, non può che far male a tutti.





