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I migliori quindici film del 2019: la classifica

Napoli, 29 Dicembre – Un film di successo nei botteghini non è necessariamente un grande film per la critica e il cinema in generale. Così come ci sono film molto apprezzati dalla critica e che vincono premi ma che nelle sale non sbancano il lunario. Non è mai facile stilare una classifica dei migliori film dell’anno ma tra sale e piattaforme digitali (vedere alla voce Netflix su tutte) quelli che hanno suscitato più interesse nella critica per i temi trattati e conquistato premi si può dire che siano i seguenti:

15° La caduta dell’impero americano: chiusura della trilogia ideale che comprende “Il declino dell’impero americano” e “Le invasioni barbariche”: è una piccola storia esemplare sul presente. O meglio una favola che non avrà mai luogo nella realtà, ma che è divertente seguire, come un’ipotesi fantasiosa per il tempo che è durata. Il sarcasmo di Denis Arcand utilizza con questo film il cinema come strumento di critica e di riflessione su un presente in cui spesso l’intelligenza è un handicap e la follia la strada verso il successo.

14° Bohemian Rahpsody: la biografia/musical di Freddie Mercury colpisce per il ritmo e la storia, ma c’è una omofobia di fondo che demonizza la sessualità gay come qualcosa di oscuro e pericoloso che porta dritto all’Aids, quasi volendo rincorrere i temi tradizionalisti americani. Nonostante la distorsione dell’immagine di una delle icone del mondo gay e LGBQT, Rami Malek è miglior attore protagonista per gli Oscar 2019.

13° Rapina a Stoccolma: raccontare la vicenda che successe il 23 agosto 1973 alla Sveriges Kredit Bank di Stoccolma è qualcosa di surreale, ma questo film ci riesce bene dando vita all’incredibile convivenza coatta di 130 ore tra rapitori e rapiti che ha dato vita alla cosiddetta “Sindrome di Stoccolma”.

12° Martin Eden: il Martin Eden di Pietro Marcello è un marinaio napoletano autodidatta formatosi “non in famiglia o a scuola, ma per strada”, come spesso ripete. Ma la San Francisco del romanzo di Jack London è nel film una Napoli di un tempo non precisato. Il film è post-ideologico dal momento che il socialismo, l’idolatria dell’io, i movimenti di massa del Novecento e le due grandi guerre mondiali finiscono nel tritacarne intellettuale dell’individualista Martin Eden. Coppa Volpi 2019 per migliore interpretazione maschile a Luca Marinelli.

11° I due papi: uscito su Netflix appena il 20 Dicembre scorso si preannuncia un film che farà discutere per lo stile provocatorio del tema trattato attraverso dialoghi netti e schietti dei due pontefici viventi. La storia si snoda dal 2005 (anno di elezione di Benedetto XVI) al 2014 (l’anno successivo all’elezione di Francesco al soglio pontificio). Da vedere.

10° La ballata di Buster Scruggs: i fratelli Coen danno vita ancora una volta ad un western di altri tempi. Il film targato Netflix racconta si la storia della conquista americana della Frontiera, ma lo fa attraverso la formula narrativa da libri per ragazzi. L’umorismo, a tratti macabro, addolcisce la pillola rossa e sanguinaria del genere.

 

9 ° Il traditore: il collaboratore di giustizia per eccellenza del processo a Cosa Nostra, colui il quale più di tutti ha contribuito a rilevare la struttura della mafia siciliana, è stato anche il principale artefice dei crimini della stessa fino a quel momento, Tommaso Buscetta. In questa trasposizione cinematografica come in una seduta psicoanalitica Buscetta cerca di espellere la mafia dal suo modo di pensare, dopo averla rigettata come modus operandi. Il film di Bellocchio però ci sta dicendo dopo l’altro suo film “Vincere”, in cui l’Italia si invaghì del fascismo, che il secondo legame che l’Italia fatica a spezzare è quello con la mafia, di cui in un tempo o nell’altro si è in ogni caso invaghita e servita.

L’ufficiale e la spia: Leone d’argento a Venezia 2019, è il film di Roman Polansky sulle indagini del tenente Picquart sul cosiddetto caso Dreyfus, capitano dell’esercito francese, che sul finire dell’800, viene dichiarato colpevole di alto tradimento per aver passato segreti militari all’Impero Tedesco. Il J’accuse di Emile Zola a sostegno del capitano imputato è l’esempio del giornalismo militante e di inchiesta a sostegno di un sopruso e di un ingiustizia, tanto da essere citato quale esempio di figura retorica di antonomasia nei dizionari.

Parasite: Palma d’oro al Festival di Cannes 2019, selezionato per rappresentare la Corea del Sud  nella categoria per il miglior film in lingua straniera ai premi Oscar 2020. Quando il primogenito di una famiglia povera riesce a trovare lavoro come insegnante d’inglese di una ragazza di una famiglia ricca la commedia si tramuta in un thriller e allora la lotta di classe tra due famiglie, una ricca e una povera, in salsa coreana senza slogan e picchetti è ancora viva sottoforma domestica. Un film destinato a rimanere nel tempo per il suo significato.

Joker: Leone d’oro per il miglior film a Venezia. Il Joker di Todd Philips è un anti-eroe umanizzato al massimo. A differenza del Joker di Batman, perfido criminale per eccellenza qui è un clown, che soffrendo, s’incattivisce e colpisce, diventando Signore del Male. La Gotham raccontata è trafficata, sporca, puzzolente, tagliata da neon e dai fumi della peggiore New York degli anni’70. L’omaggio è esplicito nei confronti di Taxi Driver di Scorsese, ma è soprattutto un film sul corpo, il viso e la mente di un uomo qualunque, un uomo perbene, che ad un certo punto si ribella al sistema oppressivo nei suoi confronti assieme ad altri che assumono come lui maschere da clown che cominciano a popolare la città.

L’oro verde, c’era una volta in Colombia: non è di quei film che girano in Italia con migliaia di copie e sbancano i botteghini ma è il racconto minuzioso e perfetto nei dettagli del popolo indigeno dei nativi Wayuu del nord della Colombia, che alla fine degli anni’70 scopre l’oro verde (ovvero le piante di marijuana) per racimolare i soldi di una dote matrimoniale. E’ appena nato il business del traffico di stupefacenti dalla Colombia agli Usa. La situazione però degenera e non per la sete di denaro (come ci ha insegna il cinema Usa alla Scorsese ad esempio) ma per violazioni di un codice etico millenario gli indiani nativi si distruggeranno tra loro e alla fine a trionfare sarà la gente di Medelìin. Nasceranno i cartelli e negli anni’80 alla marijuana si sostituirà la cocaina e il regno dei Narcos.

Roma: targato Netflix, rifiutato da Cannes, ma accolto a Venezia, è la testimonianza del regista messicano Alfonso Cuaron delle grandi tragedie nazionali. Cuaron si concentra sulla strage governativa del 10 giugno 1971, di cui fu testimone indiretto all’età di dieci anni quando abitava nel quartiere Colonia Roma della capitale. Miglior regia e miglior film straniero agli Oscar 2019.

3° Dolor y gloria: il protagonista del film, il regista Salvador Mallo, fa Almodovar con camicie sgargianti e capelli elettrici inclusi. Come esemplificato dal titolo del film non resta che il dolore e la gloria al caro e vecchio Pedro approdato alla piena maturità. Ne viene fuori un film carico di humour e ritmo incalzante in cui le vicissitudini del regista tra dipendenze da stupefacenti e problemi fisici alla spalla lo riportano nel finale alla “normalità” della macchina da scrivere.

Irishman: targato Netflix come Roma, è l’ultimo capolavoro di Martin Scorsese.  Il duo Scorsese- De Niro ci ha regalato nel corso dei decenni capolavori del calibro di Taxi Driver, Toro Scatenato e Quei bravi ragazzi. Qui però a differenza di “Quei bravi ragazzi”, pur essendoci la stessa atmosfera gangsteristica/mafiosa, Scorsese ha abbandonato il primato del montaggio per dar vita ad una memoria malinconica che scorre lentamente, senza nessuna epica, ma tutto è raccontato nella dimensione di un racconto di quartiere. Il protagonista principale Frank Sheeran rimarrà solo in vecchiaia alla fine del film con l’assoluzione dei suoi crimini da parte del suo confessore. Ma l’immortalità appartiene al cinema, in questo caso di Scorsese.

C’era una volta a Hollywood: come in Irishman anche qui si passa in rassegna il cinema americano. Hollywood la fa da padrone nel 1969, ma a farle perdere la verginità è l’omicidio Tate da parte di tre membri della famiglia Manson, un aspirante musicista che diceva di essere Gesù ma che si rivelò il diavolo. Nel film c’è la vendetta di Tarantino che salva la vita a Sharon Tate grazie ai due protagonisti delle vicende, gli stuntman Leonardo Di Caprio e Brad Pitt. Il film più bello di Tarantino, che con la maturità ha acquisito piena libertà di regia, e probabilmente del 2019, perché appunto il più libero e quello che restituisce più libertà e innocenza al cinema hollywoodiano.

 

Annibale P. Napolitano



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