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A’ VOCCA AMARA

Napoli, 16 Ottobre – Il caffè “Gambrinus”, locale di rilevanza storica e simbolo della tradizione gastronomica Partenopea, ha costituito per più di un secolo il punto di ritrovo di personalità di spicco: ai suoi tavolini sedevano poeti del calibro di Gabriele D’Annunzio e Ferdinando Russo, prosatori di Oltremanica, primo fra tutti Oscar Wilde, divi dello spettacolo -fra cui il grande Antonio De Curtis, in arte Totò- e, non da ultimo, diversi capi di stato e di governo, ivi inclusi (quasi) tutti i Presidenti della Repubblica Italiana, nonché la Cancelliera Tedesca attualmente in carica, Angela Merkel. Questo è il motivo principale che ha indotto i turisti di tutto il mondo ad accorrervi a frotte quasi ogni dì, spinti dall’emozione di poter gustare i prodotti dolciari della nostra città nel medesimo luogo in cui eran soliti consumarli gli intellettuali, e ad accompagnarli con un buon caffè (od anche un tè, bevanda a mio avviso più gustosa, benché eccitante!).
Proprio in una delle sale di questo gran caffè (non ricordo di preciso quale) ebbe luogo quella che potrebbe definirsi la più celebre delle scommesse in ambito letterario: correva l’anno 1892 quando il nostro Concittadino Ferdinando Russo osò sfidare Gabriele D’Annunzio, suo caro amico ed al contempo collega al “Mattino”, sostenendo che quest’ultimo, essendo nativo di Pescara, non sarebbe mai riuscito a comporre una canzone in dialetto Napoletano. Il “Poeta Vate”, persona coraggiosa e dotata di una creatività mostruosa, accetta la sfida, ed in soli cinque minuti scrive il celebre componimento “A’ Vucchella”, poi musicato da Francesco Paolo Tosti e tuttora eseguito sui più importanti palcoscenici del globo.
Essendo grande appassionato delle opere dannunziane (ed al contempo…..una buona forchetta!), anch’io ho avuto modo di frequentare il “Gambrinus” per un certo periodo: dato che non amo bere caffè, coglievo l’occasione per consumare i gustosissimi prodotti di pasticceria, tra cui la tradizionale sfogliata riccia (a’sfugliatella) e, soprattutto, il babà bagnato con il rum. 
Rispetto al tardo Ottocento, però, le cose sono mutate radicalmente: il locale abbonda di una miriade di persone che si credono superiori agli altri solo per l’abbondanza di quattrini nelle proprie tasche o perché pensano che i titoli accademici conseguiti siano sufficienti a renderli dei signure (It: gente perbene). Ed anche la gestione, ohimè, lascia a desiderare: proprio ieri mattina una signora non vedente ha fatto ingresso nel locali del bar, desiderosa di un caffè; ma il gestore, vedendo che ella aveva al proprio seguito un cane, l’ha invitata ad uscire fuori, in quanto la presenza degli animali non era ammessa all’interno dell’esercizio. Questo emerito imbecille (ed al contempo ignorante) ha aperto la bocca senza riflettere: il cane sopra menzionato era infatti un animale-guida (il cui segno distintivo è la pettorina con maniglia in alluminio), senza la cui assistenza la povera sventurata troverebbe non poche difficoltà nel camminar per strada.
Un episodio del genere, cari Lettori, lascia l’amaro in bocca a ciascuno di noi: il fraintendimento (stando a quanto riferito dal nipote del titolare) ci può stare, ma la mancanza di rispetto è a parer mio intollerabile.
Per tal ragione ho deciso che, da oggi in poi, non metterò più piede nello storico caffè, neanche per una Coca-Cola “al volo”.
Adriano Spagnuolo Vigorita 
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